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1 ottobre 2026
Contro la criminalità organizzata servono agenti infiltrati per eseguire indagini informatiche “sotto copertura”. Le criptovalute (ossia le monete virtuali) sequestrate potrebbero invece confluire nel Fondo unico giustizia, la cassaforte del ministero della Giustizia in cui finiscono i soldi confiscati. Sono alcune delle proposte della commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo e raccolte nella relazione su criptovalute e dei criptofonini, strumenti tecnologici avanzati sfruttati anche dalle organizzazioni criminali, da un gruppo ristretto di parlamentari, il X comitato, coordinato da Mauro D’Attis (Forza Italia). L’obiettivo è molto ambizioso: fare dell’Italia la guida internazionale alla tecnologia investigativa.
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Dopo una serie di audizioni (non tantissime in realtà) con esperti di diritto, rappresentanti delle forze di polizia, di agenzie statali e manager di aziende private, "sono state ammesse in luce criticità operative e applicative riconducibili all’assenza di normativa e alla inadeguatezza degli strumenti disponibili rispetto ai nuovi fenomeni criminosi". Per questo sono state avanzate una serie di proposte, "senza perdere di vista la necessità di un equilibrio ragionevole e costituzionalmente orientato con la tutela dei diritti fondamentali", si legge nel documento.
"La mafia non ha abbandonato le attività storiche per concentrarsi esclusivamente sul mondo cyber"
Un riferimento forse non casuale: d’altronde, nonostante gli appelli di molti procuratori antimafia, la maggioranza di destra ha limitato l’utilizzo delle intercettazioni e di trojan (captatori informatici sui telefonini) nelle indagini, con criteri più stringenti nell’analisi di file e chat rinvenuti sugli smartphone, nell’ottica – affermano – di tutelare la privacy e il diritto alla difesa. "La mafia non ha abbandonato le attività storiche per concentrarsi esclusivamente sul mondo cyber – si legge in alcuni passaggi introduttivi, un po’ banali –; piuttosto, ha sviluppato un modello ibrido in cui l’agire 'analogico' e quello digitale coesistono e si alimentano reciprocamente". Anzi, "l’armamentario tecnologico funge, in sostanza, da moltiplicatore della capacità criminale". Le criptovalute permettono di investire i proventi illeciti e nasconderli alle autorità, mentre i criptofonini consentono di comunicare e di organizzare crimini senza il timore di essere intercettati e controllati.
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Per quanto riguarda le criptovalute, la commissione suggerisce di regolare meglio i sequestri, creando anche un wallet (un portafoglio virtuale) all’interno del Fondo unico giustizia, e di convertire il valore in valuta corrente o in stablecoin (ossia una criptovaluta progettata per mantenere un valore stabile nel tempo). Ma la formazione e l’organizzazione di personale specializzato, di polizia e magistratura, sono gli aspetti principali. Serve una "strategia di formazione graduale", dagli agenti meno esperti fino alle unità più avanzate che possano affrontare i casi più complessi e trasmettere le conoscenze ai colleghi.
Per questo aspetto, si immagina la collaborazione con università "di comprovate competenze scientifiche e infrastrutturali " in informatica forense, cybersecurity, crittografia, data analytics e diritto, capaci di progettare corsi specifici. Servono poi "nuclei, gruppi o sezioni a elevata specializzazione tecnico-investigativa, dotati di competenze multidisciplinari" e, soprattutto, adeguate risorse tecnologiche. Tutto questo – annotano i parlamentari – deve avvenire nel "rispetto del principio di parità delle parti ", per non creare uno squilibrio tra l’accusa e la difesa. Saranno indispensabili la collaborazione tra pubblico e privato e la "sinergia" a livello nazionale e internazionale, in particolare con quegli Stati terzi in cui si trovano i provider, così da prevedere un obbligo di collaborazione con le autorità giudiziarie su casi relativi a crimini gravi.
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"Le indagini sinora svolte hanno rilevato oltre 200mila apparati in Europa (circa il 10 per cento in Italia) e consentito di acquisire milioni di conversazioni (chat, file e immagini) la maggior parte delle quali attinenti a reati di criminalità organizzata o corruzione"Ivano Gabrielli - Direttore della polizia postale
Altro aspetto importante, i criptofonini. I casi Encrochat e SkyEcc (le prime piattaforme intercettate, la prima “sabotata” con uno spyware, un programma “spia”, la seconda hackerata) hanno avuto un impatto fondamentale: "Le indagini sinora svolte hanno rilevato oltre 200mila apparati in Europa (circa il 10 per cento in Italia) e consentito di acquisire milioni di conversazioni (chat, file e immagini) la maggior parte delle quali attinenti a reati di criminalità organizzata o corruzione", ha riassunto Ivano Gabrielli, direttore della polizia postale, nel corso dell’audizione. Le norme italiane, sostiene la commissione, hanno già strumenti per intervenire, ma si potrebbe fare qualcosa di più, anzitutto armonizzando le normative nazionali ed europee. Altro esempio, si potrebbe vincolare l’attività dei fornitori di servizi a una autorizzazione concessa sulla base della disponibilità a cooperare con l’autorità giudiziaria.
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"L’Italia, come è sempre accaduto, non può permettersi di subire questa trasformazione: deve guidarla"
"Ogni ritardo amplia il vantaggio tecnologico di cui godono le organizzazioni criminali", dotate di risorse per avvalersi di tecnologie avanzate, "e riduce proporzionalmente l’efficacia dell’azione di contrasto dello Stato", per questo "le proposte [...] formulate mirano a recuperare le capacità investigative perdute a causa dell’evoluzione tecnologica, non a creare nuovi poteri di sorveglianza di massa", specifica la relazione.
Nel documento, la commissione ricorda l’arresto in Brasile di Rocco Morabito, il narcos ’ndranghetista ricercato per anni e catturato grazie all’operazione Anøm, coordinata dalle autorità americane e australiane, con l’Fbi che aveva preso il controllo di una piattaforma e diffuso, tramite agenti undercover, i criptofonini nel mondo criminale, così da controllare le loro comunicazioni (leggi la storia di Rocco Morabito). "È la dimostrazione concreta che la tecnologia investigativa, quando le forze dell’ordine ne dispongono e quando la cooperazione internazionale funziona, non lascia spazio nemmeno ai latitanti più protetti. E l’Italia, come è sempre accaduto, non può permettersi di subire questa trasformazione: deve guidarla".
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