Il Collegio presieduto dal giudice Giancarlo Bianchi (al centro)
Il Collegio presieduto dal giudice Giancarlo Bianchi (al centro)

Mimmo Lucano, al via il processo d'appello

Dopo la condanna del tribunale di Locri a 13 anni e 2 mesi di reclusione, la corte di Reggio Calabria è chiamata a decidere sul ricorso presentato dai legali dell'ex sindaco di Riace

Francesco Donnici

Francesco DonniciGiornalista

25 maggio 2022

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Si riparte davanti alla corte d’appello di Reggio Calabria. Si riparte da una sentenza di condanna “in toto censurabile, non essendo emersa, nel corso della complessa istruttoria dibattimentale, la responsabilità dell’imputato in ordine ai reati ascritti”. Così, almeno, secondo gli avvocati Andrea Daqua e Giuliano Pisapia, legali difensori di Domenico “Mimmo” Lucano, 64 anni tra una settimana, che chiederanno per il loro assistito l’assoluzione piena da tutte le accuse. Principale imputato è l’ex sindaco di Riace, paesino della Locride un tempo noto come il “borgo dell’accoglienza”, condannato in primo grado insieme ad altre 16 persone.

La pena nei confronti di Lucano pronunciata in primo grado dal presidente del collegio di Locri, il giudice Fulvio Accurso, ammonta a 13 anni e 2 mesi di reclusione. Ventidue i capi d’imputazione, fra cui nove truffe, quattro peculati, tre reati di falso e due abusi d’ufficio. Circa il doppio rispetto ai 7 anni e 11 mesi chiesti dall’accusa all’esito della requisitoria. Ipotesi di reato in larga parte legate alla gestione presunta illecita del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), dei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) e per i minori stranieri non accompagnati (Msna), attivi nel borgo dal 2014 al 2017, che portano anche alla richiesta di restituire somme per oltre 530mila euro (relative ai progetti) e a pagare al ministero dell'Interno, costituitosi parte civile, ulteriori 200mila euro. 

“Credi nell’appello?”, era stato chiesto a Lucano lo scorso febbraio, dopo che i suoi legali avevano depositato l’atto d’impugnazione. “Non saprei – aveva risposto l’ex primo cittadino – so di non aver paura di nessuna cosa, tanto tutto passa in fretta. L’unica cosa che mi farebbe troppo male è quella di subire una delegittimazione sul piano morale”.

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La prima udienza

L'ex sindaco di Riace ha scelto di non essere presente in aula. C'era invece la sua compagna, Tesfhaun Lemlem, condannata in primo grado a 4 anni e 4 mesi di reclusione

L’udienza davanti al collegio presieduto dal giudice Giancarlo Bianchi è stata calendarizzata nel giorno in cui Enrico Berlinguer avrebbe compiuto cento anni. Lucano, che amava definirsi un “sindaco di sinistra senza partito”, ha scelto di non essere presente in aula. All’entrata della corte, in piazza Castello, a Reggio Calabria, è stato organizzato un piccolo presidio di solidarietà, composto dai fedelissimi che in questi anni sono stati a fianco di Lucano. Dalla nascita del “modello” fino alla più recente candidatura alle regionali calabresi, in una lista a sostegno dell’ex sindaco di Napoli Luigi de Magistris. In aula si sono presentati solo alcuni degli imputati, fra cui Tesfhaun Lemlem, compagna di Lucano, condannata in primo grado a 4 anni e 4 mesi di reclusione. La prima udienza d’appello si è aperta e si è conclusa con le relazioni dei giudici sulle posizioni degli imputati. Il 6 luglio, data della prossima seduta, sarà passata al vaglio la posizione di Lucano e i motivi sui quali la difesa ha basato le richieste ai giudici di secondo grado.

Il ricorso: “I giudici volevano Lucano colpevole a ogni costo”

Nelle oltre 900 pagine di motivazioni depositate dal tribunale di Locri verso la fine di dicembre, Lucano viene descritto come il ”dominus indiscusso di un sodalizio” che avrebbe “strumentalizzato il sistema dell’accoglienza a beneficio dell’immagine politica”. La ricostruzione poggerebbe però su “una sintetica ricognizione di fatti e di condotte – si legge nel ricorso – corredata da affermazioni apodittiche, assertive e da circostanze che confermano il maturato convincimento che il giudicante sia incorso in un errore prospettico” che “ha condizionato pesantemente il giudizio, restituendo una ricostruzione della realtà macroscopicamente deforme rispetto a quanto emerso nel dibattimento”.

Per gli avvocati, il giudice di primo grado si è preoccupato “di trovare ‘ad ogni costo’ il colpevole nella persona di Domenico Lucano” facendo perno su un “uso smodato” e “distorto” del contenuto delle intercettazioni “conferite in motivazione nella loro integralità attraverso la tecnica del copia-incolla”, diventando la sentenza “un esempio classico di eccesso di motivazione”. In più, tra i punti che saranno oggetto di valutazione da parte dei giudici della Corte, vi è quello relativo all’utilizzabilità di gran parte di quelle stesse intercettazioni, “in contrasto con la sentenza Cavallo” delle Sezioni unite di Cassazione. 

“Il provvedimento risulta macchiato da errori macroscopici”, aveva detto l’avvocato Daqua, richiamando un passaggio contenuto nella contestazione del presunto peculato: “Dall’ascolto dell’audio (dell’intercettazione citata in sentenza, ndr) una frase riportata non è mai stata pronunciata e non compare nella trascrizione”. Per gli avvocati risulterebbe, inoltre, leso il diritto di difesa dell’imputato sulla base della “riqualificazione in termini peggiorativi” del contestato reato di abuso d’ufficio nella più grave truffa aggravata. Un’operazione avvenuta direttamente in sentenza – nonostante i giudici avessero escluso la possibilità durante l’udienza del 16 ottobre 2019 – e non in dibattimento, dove Lucano avrebbe potuto idoneamente difendersi. 

L’allora sindaco di Riace riceve il primo avviso di garanzia a novembre 2017 e circa un anno dopo arriva l’esilio da Riace, rappresentato dal divieto di dimora imposto dal tribunale del Riesame. Un impianto accusatorio che vacilla fino ad essere quasi del tutto sconfessato dalla Cassazione. Passaggi che vengono ripresi nel ricorso depositato a febbraio, dove si fa notare che gran parte delle fattispecie che stanno alla base della condanna di primo grado erano state escluse in sede cautelare a fronte “dell’insussistenza indiziaria”. Reati-fine di quella che, secondo il tribunale di Locri, sarebbe stata a tutti gli effetti un’associazione a delinquere. Anche per questo, nella ricostruzione dei legali, la corte “appare raggiungere il massimo livello di creatività” posto che nell’istruttoria sarebbe emersa “l’assenza di qualsivoglia forma di vincolo associativo” o “programma criminoso”.

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L’indebito arricchimento e il “movente politico”

La sentenza di primo grado fa riferimento a un individuo nel tempo “divorato dal demone ossessivo di una sempre maggiore visibilità” che doveva tradursi in consenso politico.

“Dov’è lo scambio politico? Dove sono i voti di riscontro all’atteggiamento omissivo che Lucano avrebbe tenuto? Dov’è quella tanto ricercata (ma inesistente) ricchezza, quel vantaggio economico acquisito dal Lucano attraverso lo sfruttamento del sistema di integrazione?”. Sono alcuni degli interrogativi posti dagli avvocati Daqua e Pisapia dopo la sentenza di Locri. Nel ricorso viene richiamato il passaggio del verbale, più volte citato dallo stesso Lucano, che vede protagonista il tenente colonnello della Guardia di finanzia, Nicola Sportelli, intervenuto in aula nel settembre 2019, per riferire degli accertamenti patrimoniali compiuti nei confronti dell’ex sindaco. “Se vogliamo vedere un ingiusto, diciamo un profitto – riporta il verbale – per quanto riguarda da un punto di vista economico, togliamolo per Lucano, non perché lo dico io, ma perché lo diceva al telefono lui”. Sarebbe dunque “inconfutabile”, scrivono gli avvocati, il fatto che Lucano – né per lui né per le associazioni prestatrici dei servizi di accoglienza – abbia voluto illecitamente arricchirsi.

Dubbi che potrebbero avere spinto il pm, Michele Permumian, a intervenire sull’assetto accusatorio iniziale e parlare di “movente politico” nel corso della requisitoria. La sentenza firmata dal giudice Accurso rincara invece la dose, facendo riferimento a un individuo nel tempo “divorato dal demone ossessivo di una sempre maggiore visibilità” che doveva tradursi in consenso politico.

“Lucano – si legge nel ricorso – appare nella motivazione del tribunale come una figura avida, infida, arrogante, una controparte da perseguire più che una persona da sottoporre a giudizio per i fatti che gli vengono attribuiti”. In alcune intercettazioni richiamate nell’atto di impugnazione è descritto come “angosciato” delle problematiche che investivano i progetti per l’accoglienza e il modello costruito con fatica. “Le somme contestate non sono state utilizzate con la finalità di arricchire sé stessi o comunque le associazioni, ma destinate esclusivamente all’espletamento dei servizi previsti dalla confusionaria normativa di settore”, vero motivo, nella ricostruzione degli avvocati, delle problematiche (come ad esempio il mancato aggiornamento della banca dati Sprar) che nel tempo avrebbero negativamente influito sui progetti.

La condanna a Lucano (e a Riace) è una questione politica, non giuridica

“La legge sull’immigrazione è un disastro”

“Il tribunale non ha dato risposta al principio fondamentale di non punibilità data dall’aver agito in stato di necessità”. Pisapia, ex sindaco di Milano, ha assunto la difesa di Lucano in corso d’opera, dopo la morte dell’avvocato Antonio Mazzone. “Il tribunale – aveva detto dopo il deposito del ricorso – deve valutare se ci sono i presupposti di un reato. La sentenza di primo grado invece va al di là in maniera inaccettabile. Bisogna stare attenti e non pensare che siano reati delle condotte che apparentemente sembrano sbagliate, ma sono finalizzate in maniera positiva per la collettività”. Viceversa, la realtà riportata anche nell’atto di impugnazione è che “la legge sull’immigrazione è un disastro”.

“La sentenza – aveva concluso in quell’occasione l’avvocato Daqua, che ha seguito Lucano fin dall’inizio del processo – va rispettata, così come il principio di presunzione di innocenza. Abbiamo il dovere di confidare nella giustizia e nella terzietà del giudice. Abbiamo avuto sempre rispetto e ora lo riponiamo nella Corte d’appello, che speriamo possa rendere giustizia”.

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