Il procuratore Rossi nel suo ufficio
Il procuratore Rossi nel suo ufficio

Il capo della Dda di Bari: "La mafia foggiana pronta a sparare, ma è in crisi economica"

Bombe, intimidazioni, campi incendiati: la mafia foggiana è ancora "molto violenta", dice Roberto Rossi, a capo della procura e della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bari, ma "quanto più è violenta, più è debole", anche se c'è un "grande flusso di denaro che ancora non riusciamo a tracciare"

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

6 luglio 2022

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BARI - Bombe, intimidazioni, campi incendiati: la mafia foggiana è ancora “molto violenta”, dice il procuratore Roberto Rossi, a capo della procura e della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bari, lanciando un allarme: “Può tornare a sparare”. Ma tanta violenza – aggiunge – è “un segno di vulnerabilità”, di una “mafia ferita” e in “profonda crisi economica”, anche se c'è ancora "un grande flusso di denaro che non riusciamo a tracciare".

“Negli ultimi anni abbiamo sottoposto a misura cautelare 400 persone. Tra il 2021 e il 2022 abbiamo sequestrato alla criminalità organizzata 30 milioni di euro. Inoltre, la Prefettura ha emesso 66 interdittive antimafia. Ma una parte dei proventi derivanti dal traffico di stupefacenti continua a sfuggirci"

Il paragone è con la criminalità organizzata siciliana prima dell’assassinio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di cui quest’anno ricorre il trentesimo anniversario. Stragi che per Rossi sono state il "sintomo più evidente della debolezza dell’organizzazione". A quasi un anno della sua nomina alla guida della procura del capoluogo pugliese (e del nostro viaggio a Foggia), lavialibera l’ha incontrato per tracciare un bilancio. La priorità rimane la mafia foggiana, come dimostra la scelta di aprire alcuni uffici della Dda a Foggia a partire da settembre. 

"È una criminalità organizzata dal forte connotato mafioso. Esercita il controllo del territorio attraverso la violenza: bombe, intimidazioni, minacce. E più l’azione repressiva funziona più alto è il rischio che possa tornare a sparare"

Nelle scorse settimane Lazzaro D’Auria, l’imprenditore che ha denunciato le estorsioni, ha subito nuovi attacchi. Nelle campagne della Capitanata sono state incendiate decine di ettari di terreno. Quanto è ancora aggressiva la mafia foggiana? 
Molto. È una criminalità organizzata dal forte connotato mafioso, che esercita il controllo del territorio attraverso la violenza: bombe, intimidazioni, minacce. E più l’azione repressiva funziona più alto è il rischio che possa tornare a sparare. Ma tanto più diventa aggressiva quanto più è debole, ferita. È successo lo stesso in Sicilia. Quando la mafia palermitana è stata indebolita dal maxi processo, ha compiuto le stragi: l’inizio della sua fine. Certo, si è trasformata, non è scomparsa, ma dopo Capaci e Via D’Amelio non è stata più in grado di controllare il territorio come prima. Non è stata più invincibile. Sembra una contraddizione, eppure è così: la mafia forte è silente.

Microcosmo mafioso: il nostro numero dedicato a Foggia

In questo momento le località più tranquille sembrano Cerignola, San Severo, e Trani. Sono i nuovi fronti?
Dei fronti lo sono già da tempo. Non abbiamo lasciato scoperto alcun territorio: per esempio, per quanto riguarda i cerignolani, esperti negli assalti ai blindati portavalori, abbiamo avviato inchieste in tutta Italia.

Oltre la violenza, in che modo la mafia foggiana esercita il controllo del territorio?
Attraverso il pizzo, i legami con professionisti e imprenditori, a cui vengono promessi vantaggi economici. Lo dimostra l’ordinanza cautelare Omnia nostra: i clan del Gargano erano riusciti ad acquisire il controllo di un’azienda ittica in difficoltà investendo sulla società grosse quantità di denaro e sfruttando metodi mafiosi per garantirle il monopolio del mercato del pesce di Manfredonia. Si tratta anche di una mafia imprenditoriale nella misura in cui non si limita a riciclare i ricavi provenienti dal traffico di stupefacenti, da cui trae ancora la gran parte dei guadagni, ma differenzia le proprie attività e non ha preferenze di sorta: si va dall’edilizia alla ristorazione. 

Non c'è indagine recente sui clan dalla quale non salti fuori il nome di qualche ristorante o bar gestito dalle mafie

In questo momento in discussione alla Camera c’è una proposta di legge sulla cannabis che depenalizza la coltivazione domestica. Secondo lei, una depenalizzazione aiuterebbe nella lotta alla mafia?
Sì, in parte sul piano dei proventi ma soprattutto perché diminuirebbe il carico di lavoro sul sistema giudiziario, oggi intasato da troppi arresti e troppe condanne che hanno per oggetto questioni poco pericolose. Il traffico illecito di rifiuti, per esempio, lo è di più e in Capitanata ci sono state diverse indagini a riguardo: i rifiuti provenienti dalla Campania venivano interrati in Puglia. Un sistema economico mafioso che non per questo è sempre, per forza, gestito da mafiosi. Anzi, più spesso a controllarlo sono imprenditori spregiudicati, non meno pericolosi della criminalità organizzata.

Tornando alla mafia foggiana, quali sono i suoi legami con le altre criminalità organizzate, a livello nazionale e internazionale?
A livello nazionale ci sono dei legami con la ‘ndrangheta e la camorra, mentre sul piano internazionale ha ottimi rapporti con la mafia albanese, su cui stiamo lavorando grazie a una squadra investigativa comune con Tirana. Da qualche anno vantiamo anche dei collaboratori di giustizia albanesi. Un altro forte legame l’ha instaurato con i narcos dell’America Latina, soprattutto colombiani. Mentre, fatti salvi accordi specifici e incontri in carcere, non ci sono rapporti consolidati tra la mafia della Capitanata e la Sacra corona unita: prevale la rivalità territoriale. 

Nell’ottica di un’evoluzione della criminalità organizzata foggiana, c’è qualcosa che la preoccupa?
Alla mafia della Capitanata fa capo un grande flusso di denaro che non riusciamo ancora a tracciare: non sappiamo in che mani finisca né quali attività ne beneficiano. Ci sono poi i rapporti con la politica, comprovati dallo scioglimento di cinque comuni in cinque anni, compreso il capoluogo di provincia. Ma sono ottimista. Negli ultimi anni abbiamo sottoposto a misura cautelare 400 persone. Tra il 2021 e il 2022 abbiamo sequestrato alla criminalità organizzata 30 milioni di euro. Inoltre, la Prefettura ha emesso 66 interdittive antimafia. Oggi è un dato di fatto che la mafia foggiana sia in crisi economica. Diversi detenuti hanno iniziato a collaborare raccontando che le loro famiglie non vengono più sostenute finanziariamente dall’associazione: un segnale importante. Anche il silenzio degli imprenditori sottoposti al pizzo sta venendo meno.

"Alle mafia della Capitanata fa capo un grande flusso di denaro che non riusciamo ancora a tracciare: non sappiamo in che mani finisca né quali attività ne beneficiano"

Qualche esempio?
A Vieste diversi esponenti della criminalità organizzata sono stati sottoposti a misure cautelari grazie alle testimonianze di tutti gli imprenditori della zona, che hanno denunciato le estorsioni e si sono poi costituiti parte civile. Sono andati a testimoniare al processo con un pullman organizzato insieme a prefettura e istituzioni, confermando le accuse precedenti. 

Il foggiano non è più un territorio omertoso, quindi?
Abbiamo verificato che quando l’attività repressiva inizia a funzionare si può cominciare a lavorare in tandem con la società civile. E più la società civile emerge e meno c’è bisogno dell’attività repressiva. A Foggia l’operato delle associazioni è stato ed è decisivo, a partire dalla manifestazione di Libera (Foggia Libera Foggia del 2020, ndr): un momento fondamentale per la città.

Da un paio d’anni ci sono anche i primi collaboratori di giustizia. Qual è l’importanza del loro contributo?
Enorme. Molto non è ancora emerso perché passa del tempo dalle loro dichiarazioni alle misure cautelari, ma credo che potremo finalmente conoscere la verità su tanti casi di lupara bianca e di omicidi rimasti irrisolti. 

Anche sulla strage di San Marco in Lamis, in cui morirono due agricoltori innocenti: i fratelli Luciani?
Anche.

Le vedove Luciani: "La rassegnazione alla mafia è peggio dell'omertà"

Proprio le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, riportate dalla stampa, hanno sollevato dubbi sulla figura dei Luciani, suggerendo una vicinanza al boss Romito, obiettivo dell’agguato.
Le dichiarazioni del pentito sono state decontestualizzate e strumentalizzate per far passare delle informazioni scorrette. Il collaboratore raccontava quanto gli era stato riferito da un uomo vicino al clan considerato mandante dell’omicidio. Funziona così: nel caso di vittime innocenti i mafiosi puntano a sminuire le loro responsabilità. I Luciani non avevano alcuna relazione con Romito, sono morti senza colpe.

Nei giorni scorsi l’ex gip De Benedictis è stato condannato in rito abbreviato a 12 anni e otto mesi per traffico d'armi, prima ancora in un altro procedimento a suo carico (in primo grado) a nove anni e otto mesi per quattro episodi di corruzione in atti giudiziari. Che ne pensa?
È una vicenda dolorosa e provo umana pietà nei suoi confronti, ma la fermezza dimostra che la magistratura è in grado di fare pulizia al proprio interno. La nostra funzione è sacra.

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