Mafia garganica, gli affari dei boss: "Il mare è nostro"

L'inchiesta Omnia Nostra documenta gli affari illegali e legali del clan Romito-Lombardi-Ricucci-La Torre, ex alleato e poi rivale dei Li Bergolis: la prima batteria del Gargano condannata per mafia. Oltre la droga, in primis c'è il mercato ittico di Manfredonia, di cui era riuscito a conquistare il monopolio grazie a due società. A fare da prestanome anche il figlio di un agente di polizia di penitenziaria del carcere di Foggia

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

15 dicembre 2021

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Pietro La Torre, uno dei boss intercettati, lo dice chiaro: “Il mare è roba nostra”. Nel porto di Manfredonia i clan del Gargano controllavano tutto. Loro era la gestione di due società rifornite dal più alto numero di pescherecci, la Marittica e la Primo pesca, e loro il monopolio del commercio di ghiaccio e polistirolo. Un dominio conquistato in tempi record grazie a imprenditori a servizio del clan e prestanome d’eccezione: il figlio di un agente di polizia penitenziaria del carcere di Foggia. Poi, i classici metodi mutuati dal traffico di stupefacenti: botte, attentati e minacce che pescatori e rivali subivano in silenzio. “Persone di merda”, dice un commerciante ittico sfogandosi con un collega, aggiungendo che “si tratta dei padroni della droga”, di gente “che vuole trasmettere nel lavoro gli stessi principi usati nello spaccio”.

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L'evoluzione del clan Romito

Ci erano riusciti, come raccontano le carte dell’ordinanza cautelare Omnia Nostra lette da lavialibera. Le indagini, condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari e dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros), coinvolgono 48 persone accusate a vario titolo di associazione mafiosa. Si concentrano soprattutto su una costola dei cosiddetti montanari: i Romito-Lombardi-Ricucci, ex alleati dei Li Bergolis diventati loro rivali in seguito alla collaborazione dei Romito con i carabinieri. Una collaborazione che ha portato alla sentenza Iscaro Saburo, con cui i Li Bergolis sono stati condannati per associazione mafiosa. Assolti dall'accusa di mafia invece i Romito, perché "qualificati" come "agenti provocatori", anche se – precisa il giudice per le indagini preliminari Marco Galesi, riprendendo una sentenza della Corte d'Assise di Foggia – "non possono dirsi certamente estranei a quell'associazione".

Dopo l'uccisione del capo Mario Luciano Romito nella strage di San Marco in Lamis (in cui sono morti anche i due contadini Aurelio e Luigi Luciani), secondo l'inchiesta, la consorteria si era riorganizzata intorno alle figure di Matteo Lombardi, Pasquale Ricucci e Pietro La Torre. Aveva continuato a trafficare droga, soprattutto cocaina, concentrando il proprio business nella città di Vieste, il cui controllo era diventato centrale. E aveva affiancato agli affari illeciti, quelli legali. In primis, aveva conquistato il dominio del mercato del pesce di Manfredonia, ma anche i fondi per l'agricoltura messi a disposizione dall'Unione europea, ottenuti grazie all'accaparramento di terreni e alla fondazione di società agricole fasulle. C'erano anche mire sulla politica, seppur fallite. "Su Foggia, con calma, se ci sono degli amici, per adesso dici di non prendere impegni a livello politico per le prossime elezioni che ci saranno nel mese di maggio, che dobbiamo portare un paio di nostri amici", è l'avvertimento di un esponente del sodalizio a un imprenditore.

Sulle seppie decidono i boss 

L'affare principale è il mare. Il segno più evidente del dominio del clan sul golfo del Gargano è la sospensione di un’usanza centenaria. È il 19 marzo 2018 e negli uffici della Capitaneria di porto di Manfredonia si aspetta che il vociare dei pescatori faccia vibrare i finestroni affacciati sul mare. È una storia che va avanti dall'Ottocento, da quando per regolamento si stabilì che fosse un sorteggio ad assegnare lo specchio d'acqua in cui poter tirar su le proprie seppie durante la stagione. Così la fortuna avrebbe ruotato e tutti, a turno, avrebbero beneficiato delle zone più pescose. Da allora, ogni anno, per la festa di San Giuseppe si estraggono i biglietti e si ripete la stessa scena: urla, imprecazioni, a volte baruffa. Ma il 19 marzo 2018 per la prima volta tutto tace. Le stanze della Capitaneria di porto rimangono vuote, chete. Nessuno si presenta al sorteggio, nessuno reclama. La tradizione va a farsi benedire senza alcuna motivazione ufficiale. La stampa locale la definisce un'azione "eclatante e inaspettata": colpa della crisi del settore, si ipotizza; hanno prevalso gli accordi privati, si immagina.

Invece l'ordinanza spiega che dietro quella strana decisione, presa anche negli anni successivi, c'era la criminalità organizzata. Tutti i pescatori erano stati minacciati e decine di reti da pesca erano state fatte sparire dalle barche prima della mattina del sorteggio. Pietro La Torre era intervenuto su richiesta di una mamma: i suoi figli si contendevano con un’altra famiglia la stessa porzione d’acqua, avevano da poco perso il padre, ed erano a corto di soldi. La Torre aveva promesso supporto economico e si era incaricato di risolvere la faccenda in mare con quella che Galesi definisce un’imposizione “unilaterale e insindacabile”, come se si trattasse di un’attività di “competenza propria e dell’associazione di riferimento”.

A sprangate per un quintale di cannolicchi

Di fatto, era proprio la presunta associazione mafiosa a controllare il commercio ittico di Manfredonia. Il clan aveva approfittato di un vuoto: l’assenza di un mercato comunale che lascia il settore nelle mani di pescatori e magazzini all’ingrosso. Il prezzo dei prodotti è deciso dai commercianti in base alla domanda. Uno spazio di libertà d’impresa in cui Lombardi&Co erano riusciti a inserirsi. Esigevano l’esclusiva sul pescato migliore ai prezzi più bassi e chi non rispettava l’imposizione veniva punito. 

Lombardi&Co esigevano l’esclusiva sul pescato migliore ai prezzi più bassi: chi non rispettava l’imposizione veniva punito

Per esercitare il proprio dominio potevano contare su un braccio militare: una rete di sodali e informatori a presidio del porto diretta ad assicurarsi che i pescatori rispettassero i diktat imposti dalla criminalità organizzata. 

È il caso dei Lanzone, i migliori pescatori di cannolicchi di Manfredonia. Michele Lombardi, figlio del capo clan Matteo, li voleva a suo esclusivo servizio. Loro non ci stanno, non lo trovano conveniente. Ma la ribellione dura poco: il tempo di trovarsi un furgone bruciato e di assistere al pestaggio di un commerciante che continuava a rifornirsi da loro nonostante il divieto. Lombardi in persona lo raggiunge sulla banchina mentre si sta rifornendo di un quintale di frutti di mare dalla barca dei Lanzone. Lo colpisce con una spranga di ferro, infierisce con calci e pugni e poi lo costringe a seguirlo nel proprio magazzino per scaricare i prodotti appena acquistati. Una spedizione punitiva commessa in “modo esemplare”, si legge nelle pagine dell’inchiesta: in pieno giorno, davanti ai Lanzone e ad altri pescatori, in modo che il messaggio fosse chiaro a tutti.

Società, prestanome e affari

Il braccio militare affianca due braccia societarie: Marittica e Primo Pesca srl. Insieme, in pochi anni, la coppia di imprese aveva messo in piedi un monopolio dividendosi equamente gli affari: la prima si occupava dei frutti di mare, mentre alla seconda spettava il resto del pescato. La storia di entrambe è un esempio delle mille vie in cui la criminalità può entrare nella gestione di un’azienda, grazie a complicità inaspettate. Prendiamo Marittica, nata dall'acquisizione di un'altra società già ben avviata, la Markittica srl. In pratica, forte di un investimento iniziale da 30mila euro, la gestiva Michele Lombardi. Ma il commercialista di fiducia del clan si era assicurato che formalmente tutto fosse in regola e l'impresa era stata intestata a un immacolato: il figlio di un agente di polizia penitenziaria del carcere di Foggia, quest'ultimo già imputato in un processo perché aveva fatto entrare nel penitenziario un telefono cellulare e dei crostacei diretti a Danilo della Malva e Marco Raduano (esponenti del clan di Vieste legato ai Romito).

La Marittica srl era intestata a un immacolato: il figlio di un agente di polizia penitenziaria del carcere di Foggia

Il confine tra legalità e illegalità: il caso Primo Pesca

Diversa la situazione per la Primo Pesca, rimasta nelle mani degli originari titolari. “Nell'azienda – scrive il gip –  sono stati investiti capitali ad associazione mafiosa stabilendo una compresenza di interessi, soci e capitali illegali, con interessi soci e capitali legali”. Erano sull'orlo del fallimento, Antonio La Selva e Sebastiano Gibilisco: non riuscivano a farsi pagare il pesce dai commercianti che rifornivano in tutta la regione e fuori, quando la batteria Romito-Lombardi-Ricucci-La Torre decide di investire su di loro.

La zona grigia, dove si incontrano mafie, affari e politica

Mette a disposizione liquidità, offre protezione e aiuto nella gestione degli affari. Grazie all'intervento del clan, concorrenza e debitori non sono più un problema. I dati di acquisto della Primo Pesca lievitano: passano dai 148mila euro del 2014 ai 468.471 del 2016 fino a 1.505.731 del 2017. Il sodalizio funziona e conviene, tanto che La Selva si rivolge ai boss per risolvere ogni problema: chiede l'intervento di Lombardi quando c'è da mettere a posto dei pescatori che praticano prezzi troppo bassi e l'aiuto di La Torre quando il suo socio subisce un furto di quasi duemila euro. Romito e Ricucci risolvono, sempre.

In tre anni, i dati di acquisto della Primo Pesca lievitano da 148mila euro nel 2014 ai 468.471 del 2016, fino a 1.505.731 del 2017

E pazienza se hanno imposto a capo degli operai dell'azienda un loro sodale, di cui si lamentano tutti perché "urla". E pazienza se chiamano a tutte le ore chiedendo dentici e orate gratis, e se pretendono che vada a prendere il salmone in pescheria al posto loro. E pazienza pure se chiedono il pagamento di 17mila euro: cifra che, notano gli inquirenti, è pari all'utile d'impresa per l'anno di imposta 2017. "Noi vi dobbiamo solo ringraziare", dice La Selva in un'intercettazione. E il modo per ringraziare il clan è soprattutto uno: fornirgli una cornice legale grazie a cui espandere i propri affari. Nel 2017 Matteo Lombardi si mette in testa di entrare nel settore della commercializzazione del polistirolo, fino a quel momento monopolio di Michele Antonio Virgilio, bibliotecario di Manfredonia.

"Con il lavoro che fai potrebbero campare tranquillamente tre-quattro famiglie. E perché lo devi fare tu che già tieni lo stipendio fisso del Comune?"Antonio Zino a Michele Antonio Virgilio, bibliotecario di Manfredonia

Dell'affare se ne occupa Antonio Zino, considerato un esponente del clan, che chiama Virgilio avvertendolo: "Con il lavoro che fai potrebbero campare tranquillamente tre-quattro famiglie. E perché lo devi fare tu che già tieni lo stipendio fisso del Comune?", dice. La Primo Pesca garantisce l'avanzata, impegnandosi a trovare acquirenti al prodotto. Il resto lo fanno le minacce. Virgilio è disperato, vuole recuperare terreno: propone sconti e regali ai clienti, viene inseguito e minacciato di morte. La moglie vorrebbe denunciare, ma il figlio la invita a desistere. Bastano pochi mesi e Zino scrive in una chat: “Io dò i polistiroli a tutta Manfredonia”. Il monopolio è conquistato.

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