Il tribunale di Reggio Calabria
Il tribunale di Reggio Calabria

Massomafie. Cosa c'è di vero

A Reggio Calabria il processo Gotha affronta i rapporti tra 'ndrangheta, logge e colletti bianchi. Al centro un nuovo corso della criminalità, che agisce nell'ombra oltre i confini locali

Francesco Donnici

Francesco DonniciGiornalista

21 settembre 2022

"‘Ndrangheta, politica, massoneria, servizi deviati […] ormai sono un tutt’uno, bisognerebbe trovare un nuovo nome per associarle". Parola di Seby Vecchio, collaboratore di giustizia dalla fine del 2020. Ex consigliere comunale e assessore della giunta di Giuseppe Scopelliti (nonché suo testimone di nozze), Vecchio è anche ex poliziotto, per sua stessa ammissione "massone “in sonno” iscritto al Goi (Grande oriente d'Italia, ndr)" ed ex ‘ndranghetista, riferimento della cosca Serraino. 
Vecchio è stato chiamato a testimoniare al processo Gotha – sui rapporti tra ‘ndrangheta reggina, massoneria e colletti bianchi – e la sua testimonianza serve all’accusa per chiudere il cerchio su decenni di indagini che cercano ancora conferme giudiziarie. L’inchiesta è stata avviata nel 2016 con l’unione di quattro indagini, tra cui Mammasantissima, e riguarda l’esistenza di un’ampia struttura criminale "che supera l’infiltrazione, va oltre il singolo affare e diventa sistema, trasformando la ‘ndrangheta da interlocutore dell’istituzione in istituzione vera e propria".

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Il processo Gotha

Il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che coordina il pool impegnato nel processo, nella prima delle tredici udienze dedicate alla requisitoria ha definito una "menzogna" il racconto della mafia fatto fino ad oggi. Per il procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri, "la ‘ndrangheta non è soltanto un’organizzazione criminale di tipo mafioso con caratteristiche e proiezioni internazionali, addirittura intercontinentali, ma è un ramificato sistema di potere" che ha influenzato, di nuovo nelle parole di Lombardo, "ogni momento significativo della vita politica ed economica" della comunità reggina "da almeno quindici anni".

Sulle panche del processo alla cupola, tra le prime file, siede anche l’avvocato, ex militante neofascista ed ex parlamentare del Partito socialista democratico italiano, Paolo Romeo, principale imputato nel troncone ordinario. Già condannato per concorso esterno nel maxi-processo Olimpia, il “Salvo Lima reggino”, come lo definirono i pentiti Barreca e Lauro, nella ricostruzione dei magistrati è un soggetto appartenente "alla componente apicale, 'segreta o riservata' della ‘ndrangheta". Romeo sarebbe uno degli Invisibili: vertice gerarchico che dal “sopramondo” orienta scelte e attività della ‘ndrangheta militare, la base “visibile”, il “sottomondo”. Non il solo. L’accusa aveva chiamato in causa Giorgio De Stefano, anche lui avvocato e anche lui con una condanna come concorrente esterno passata in giudicato. Cugino di quel Paolo De Stefano restituito dalla prima guerra di ‘ndrangheta come uno dei capi del nuovo corso. I due noti penalisti rappresenterebbero, nelle dichiarazioni dei collaboratori, "l’anello di giunzione tra mafia e politica", persone che "appartengono contemporaneamente alla ‘ndrangheta e alla massoneria". Accuse valse, il 30 luglio 2021, una condanna (di cui si attende il deposito delle motivazioni) a 25 anni in primo grado per Romeo. Per De Stefano la condanna è invece arrivata nei primi due gradi del rito abbreviato, prima dell’annullamento pronunciato dalla Cassazione a marzo 2022.

Un nuovo corso della 'ndrangheta

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