Credits/Rete dei numeri pari
Credits/Rete dei numeri pari

Senza alleanze e cooperazione vince il welfare mafioso

Le nuove forme di mutuo supporto sono state una salvezza per molti durante la pandemia. Adesso le associazioni chiedono ascolto allo Stato, che nella lotta alla mafia si concentra solo sulla repressione e la confisca dei beni trascurando welfare e giustizia sociale

Marco Panzarella

Marco PanzarellaRedattore lavialibera

17 ottobre 2022

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Rappresentano l’unico e più solido scudo contro il welfare mafioso, perciò chiedono maggiore coinvolgimento e attenzione da parte dello Stato. Sono presidi antimafia, associazioni, cooperative, movimenti e gruppi di base, impegnati ogni giorno sul territorio per fare ciò che le istituzioni non fanno: offrire supporto a chi è in difficoltà, scongiurando il pericolo che a fornire assistenza sia la criminalità organizzata.

È una richiesta di aiuto ma anche di riconoscimento, quella avanzata dalle 91 associazioni della Rete dei numeri pari – nata a seguito della campagna Miseria Ladra, promossa da LIbera nel 2013 – coinvolte nel progetto di ricerca La pienezza del vuoto, promosso dal Gran Sasso science institute (Gssi), dal Forum disuguaglianze e diversità e dalla Rete stessa. Uno studio lungo tre anni, presentato oggi al Gssi de L’Aquila in occasione della Giornata mondiale di lotta contro la povertà, con la partecipazione di Luigi Ciotti (clicca qui per lo streaming dell’evento).

C'è un vuoto da colmare

Il punto di partenza è una constatazione: negli ultimi decenni le disuguaglianze e la concentrazione della ricchezza e della conoscenza si sono accompagnati a crescenti vuoti nel sistema del welfare e nell’azione pubblica, rivelatisi inadeguati nel rispondere ai bisogni delle persone. A fronte di questa carenza, sono nate iniziative di cittadinanza attiva, pratiche di solidarietà e quell’insieme di forme di mutuo supporto che aderiscono, ad esempio, alla Rete dei numeri pari.

Associazioni in piazza contro diseguaglianza ed esclusione

Tutte realtà accomunate da un forte senso di appartenenza, che perseguono l’obiettivo comune di contrasto alle disuguaglianze, alle mafie e alle cause della crisi sociale e democratica. Un insieme di attori che avvertono la necessità di costruire alleanze e “pesare a livello di sistema”, soprattutto nelle regioni del Centro-Sud “dove è maggiore l’assenza del welfare statale e dove tale assenza tende ad essere sostituita dalla criminalità organizzata”. 

Un problema dimenticato

Delle 91 realtà intervistate, 65 considerano soddisfacente la relazione con le istituzioni nella funzione di contrasto alle mafie, quando questa è improntata al “fare” (repressione e confisca dei beni), mentre altri fenomeni come il welfare mafioso “trascurato nella letteratura accademica e grigia, forse perché meno eclatante rispetto alle manifestazioni predatorie e violente più visibili” sono colpevolmente dimenticati. 

Fenomeni come il welfare mafioso “trascurato nella letteratura accademica e grigia, forse perché meno eclatante rispetto alle manifestazioni predatorie e violente più visibili

In molti lamentano la latenza o l’assenza di ascolto da parte di chi decide, legifera e amministra e lo scarso coinvolgimento dei corpi intermedi più tradizionali come i sindacati, “che infatti partecipano alla Rete con i propri nodi locali”. E così, sebbene il 91,2 per cento del campione si relazioni con le istituzioni, il 33 per cento reputa tale interazione insoddisfacente.

Il giusto welfare

È per questi motivi che gli intervistati chiedono “un supporto all’azione locale e, soprattutto, una sponda nazionale nella diffusione della conoscenza sulle realtà stesse e nel portare le domande di sistema all’attenzione dei livelli nazionali di confronto e governo”. Negli ultimi anni sono state proprio le realtà mutualistiche le più efficaci “nel contrastare veri e propri moltiplicatori di disuguaglianze e subalternità”. Ma il loro contributo non basta. 

Beni confiscati, dopo lo stallo Roma accelera sul riutilizzo

Per gli intervistati, il welfare mafioso è un fatto sociale e in quanto tale andrebbe affrontato “attraverso un rinnovato paradigma di protezione, assistenza e solidarietà, e non come fenomeno meramente criminale e predatorio da aggredire attraverso iniziative repressive”. Inoltre, anche in virtù della presenza nella Rete dei presidi antimafia legati a Libera, vi è la necessità usare “la presenza territoriale come un volano per portare avanti un nuovo paradigma di azioni antimafia che escano dalla dicotomia educazione/repressione”.

La libertà è partecipazione

Il campione concorda nel pensare che “il recupero della coesione sociale e territoriale, disgregata dalle crisi, richiede azioni e forme organizzative di produzione e servizi fondate su reciprocità, solidarietà, azione collettiva, scambio differito”. Quasi la totalità degli intervistati (94,5 per cento) attribuisce un ruolo prioritario “alla realizzazione di percorsi di partecipazione e confronto, sia all’interno delle realtà stesse, sia con altre realtà, sia nella ricercata interazione con il soggetto pubblico”. Altrettanto importante (84,6 per cento) il ruolo della conoscenza, dell’informazione e della formazione “come presupposto necessario di una democrazia deliberativa basata sul confronto plurale, aperto, pubblico e informato”.

Pandemia e guerra rivelano quali beni sono fondamentali

Le associazioni invocano il ripristino della dimensione istituzionale della partecipazione “intesa come la possibilità da parte di persone singole e società civile organizzata di contribuire al processo decisionali e alla programmazione delle politiche pubbliche, con intensità e ruoli differenti a seconda delle proprie competenze e capacità”.  È fondamentale un dialogo diretto con le istituzioni e, in tale contesto, risulta strategico il ruolo delle università, viste come soggetti mediatori dentro i processi di co-programmazione e co-progettazione delle politiche.

I casi Sicilia e Roma

Un caso particolare all’interno della ricerca è rappresentato dalla Rete delle Fattorie Sociali della Sicilia. L’elevato tasso di non risposte ha messo in luce “il rapporto sbilanciato e centripeto tra aree e realtà urbane vs. aree rurali/interne che percepiscono come soverchiante il potere decisionale degli attori urbani, e sono pertanto disincentivate a partecipare a iniziative che percepiscono come distanti da sé”.

Cooperazione contro precarietà e disuguaglianze

Altra situazione degna di nota è quella di Roma, dove operano 80 delle 336 realtà aderenti alla Rete dei numeri pari, 26 delle quali hanno partecipato all’indagine.”I fattori alla base di questa maggiore presenza della Rete nel contesto romano, oltre la dimensione metropolitana sono: riconoscimento dell’inefficacia delle forme tradizionali di rappresentanza; peggioramento di povertà e disuguaglianze; aspettative di incidere collettivamente sull’amministrazione locale; crescita conoscenza e diffusione di buone pratiche”. In un contesto simile, le azioni ritenute prioritarie per incrementare il grado di coesione interno alla Rete riguardano “la capacità di fare formazione e ‘mettere a terra’ progettualità, campagne, linee di intervento e strumenti che possano essere concretamente declinati dalle realtà nei diversi territori in cui operano, incluse le aree più interne, periferiche e/o dove le realtà non riescono a produrre nodi attivi e partecipati come quello romano”.

Sguardo al futuro

La ricerca si conclude con alcuni spunti indirizzati a tre referenti. Alla società civile si chiede “di creare nuovi strumenti di formazione continua e di condivisione che permettano alle realtà di tradurre campagne, iniziative e rivendicazioni generali nei propri contesti di riferimento; analizzare criticamente la confusione tra ‘mutualismo’ e ‘azione caritatevole’, e l’impatto di ambedue sulla rivendicazione di nuovi sistemi e strumenti di welfare; ripensare il rapporto tra attori sociali urbani e movimenti della Terra”.

Alla società civile si chiede di analizzare criticamente la confusione tra mutualismo e azione caritatevole, e l’impatto di ambedue sulla rivendicazione di nuovi sistemi e strumenti di welfare

Alle istituzioni,di adottare “una nuova metodologia delle politiche pubbliche che coinvolga la società civile organizzata durante tutto il processo di disegno, implementazione e monitoraggio, garantendo coinvolgimento e accountability”. Infine al mondo della ricerca è chiesto di interrogarsi sul ruolo delle università dentro la co-programmazione e progettazione delle politiche pubbliche.

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