Paolo Virzì con Francesco Piccolo durante la camera ardente di Raffaele La Capria. Roma, 28 giugno 2022. Ansa/Angelo Carconi
Paolo Virzì con Francesco Piccolo durante la camera ardente di Raffaele La Capria. Roma, 28 giugno 2022. Ansa/Angelo Carconi

Aridità umana e crisi climatica in Siccità di Virzì

Dal regista de La pazza gioia, un film corale che racconta un mondo egoista e cinico, costringendoci a riflettere sull'importanza della battaglia per il Pianeta. In sala dal 29 settembre

Andrea Zummo

Andrea ZummoReferente provinciale di Libera Torino

19 ottobre 2022

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In una Roma quasi apocalittica (ma sarebbe davvero inimmaginabile uno scenario simile?), il Tevere è secco, non piove da un anno e si sta per arrivare allo stop dell’erogazione dell’acqua pubblica. Come se non bastasse, la città è invasa da insetti e sempre più persone si ammalono a causa di uno sconosciuto virus, che addormenta e alza la febbre. La gente è in coda nelle strade per riempire taniche d’acqua, proveniente da altre regioni italiane. È la cornice di Siccità, il nuovo film di Paolo Virzì presentato alla 79sima Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia, dove ha guadagnato tre premi collaterali, e in sala dal 29 settembre

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Virzì ci costringe a pensare all’urgenza della battaglia per il clima e per il pianeta, che sta portando in piazza tanti giovani

La prima cosa bella, Il capitale umano, e La pazza gioia sono solo alcune delle ultime opere di Virzì. Stavolta il regista usa la siccità come metafora dell'aridità umana puntando in alto con un film corale e un ricco cast di interpreti (compaiono, in brevi cameo nella parte di se stessi, anche Massimo Popolizio e Bong Joon-ho). La sceneggiatura la firma insieme agli scrittori Paolo Giordano (autore del soggetto insieme a Virzì stesso) e Francesco Piccolo, oltre che alla regista e sceneggiatrice Francesca Archibugi. Ne esce una pellicola complessa e articolata, con collaboratori di prim’ordine: splendida fotografia di Luca Bigazzi, musiche di Franco Piersanti, montaggio di Jacopo Quadri. 

Dal detenuto (Silvio Orlando) all'attrice (Monica Bellucci): i protagonisti

Nell'inquietante cornice si muovono molti personaggi. C'è il detenuto Antonio (Silvio Orlando) che si ritrova fuori da Rebibbia per qualche tempo e va in cerca di Giulia (Sara Serraiocco), infermiera incinta. Il compagno di Giulia è Valerio (Gabriel Montesi) che fa la guardia del corpo a Raffaella Zarate (Emanuela Fanelli), figlia poco considerata di una famiglia di imprenditori. Ci sono Loris (Valerio Mastandrea), autista privato, e la sua ex moglie Sara (Claudia Pandolfi), medico dell’ospedale: i due hanno una figlia sedicenne di nome Martina (Emma Fasano), che deve suonare a un concerto per beneficienza con un’orchestra. E poi c'è Alfredo (Tommaso Ragno), attore perennemente in diretta sui social e sua moglie Mila (Elena Lietti), che sta pensando di tradirlo e fa la cassiera in un supermercato.

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Intanto in televisione il professor Del Vecchio (Diego Ribon) viene intervistato quotidianamente sulla situazione climatica e il giovane immigrato maliano Sembene (Malich Cissè) viene apprezzato per le sue parole semplici. Spera di apparire sul piccolo schermo anche Alberto Jacolucci (Max Tortora), imprenditore che ha perso tutto e cerca di ottenere giustizia grazie all’avvocato Luca (Vinicio Marchioni), che è l’attuale compagno di Sara. Infine, c'è un’attrice di nome Valentina (Monica Bellucci) che ospita feste sulla terrazza della sua casa nella capitale. 

La siccità come metafora dell'egoismo

È chiaro che la siccità del titolo e di Roma è una metafora evidente: è l’aridità degli esseri umani che emerge prepotente in tanti dei personaggi raccontati, che affrontano la crisi anche in maniera disperata o vigliacca, oppure sono troppo presi dal proprio egoismo per accorgersi del disastro personale e collettivo, che è dietro l’angolo. Forse è il Loris di Valerio Mastandrea a fare più tenerezza, nel rapporto con la figlia adolescente, nella sua fatica lavorativa e nelle sue “conversazioni” sull’auto: con i genitori (piccoli ruoli per Gianni di Gregorio e Paola Tiziana Cruciani) e con il presidente (Andrea Renzi), politico finito male e suo vecchio amico. 

Lo sguardo sul contesto è feroce: un mondo dei media dove il cinismo e il politicamente corretto imperversano, un universo social fuori controllo, e una classe politica incapace di dare risposte

Virzì e i suoi sceneggiatori, però, hanno lo sguardo a tratti feroce anche sul contesto: un mondo dei media dove il cinismo e il politicamente corretto imperversano, un universo social fuori controllo, specchio narcisistico della realtà e facile sfogatoio di frustrazioni, una classe politica assente o comunque incapace di dare risposte e trovare soluzioni, una povertà sociale e materiale che si trasforma facilmente in rabbia e lotta per la sopravvivenza.

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Anche se mai evocata direttamente, la pandemia del Covid, sembra lo spettro metaforico che alleggia in lontananza, in attesa di uno sperato miracolo: i vaccini ieri, la pioggia oggi. I titoli di coda ci mostrano i protagonisti inquadrati, che accennano un sorriso lieve, mentre Mina canta “Mi sei scoppiato dentro al cuore”. È un piccolo e cauto spiraglio di ottimismo? Chissà, certo che Virzì ci costringe a pensare, se ancora ce ne fosse bisogno, all’urgenza della battaglia per il clima e per il pianeta, che tanti giovani sta portando in piazza. E ci invita a restare umani, parafrasando Vittorio Arrigoni, perché l’unico modo per salvarsi è farlo insieme.

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