Torino, 25 novembre 2022. Il personale di Zara in sciopero nel giorno del Black Friday con un presidio davanti al punto vendita di via Roma (Ansa)
Torino, 25 novembre 2022. Il personale di Zara in sciopero nel giorno del Black Friday con un presidio davanti al punto vendita di via Roma (Ansa)

Zara taglia i magazzinieri mai assunti

La multinazionale dell'abbigliamento ha deciso di fare a meno di molti addetti alla logistica, impiegati tramite appalti e subappalti, ma quel lavoro è indispensabile e ora tocca ai commessi occuparsene

Marco Panzarella

Marco PanzarellaRedattore lavialibera

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

Aggiornato il giorno 1 giugno 2023

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Dopo dieci anni di sfruttamento, i magazzinieri che lavoravano a Roma per conto di Zara sono stati ridotti di quasi la metà. Lo stesso è successo a Milano e a Torino, dove negli ultimi anni il colosso spagnolo della moda ha riorganizzato i propri magazzini concentrandoli in pochi grandi poli, a discapito di due categorie di lavoratori: i facchini e i commessi dei negozi che adesso devono svolgere i compiti del personale mancante come "togliere i vestiti dagli scatoloni", raccontano la delegata Cgil di Milano Claudia Piva e la dirigente della Cisl di Torino Stefania Zullo.

La storia dei magazzinieri Zara fotografa un modus operandi perverso e legalizzato: affidare il lavoro a imprese esterne e, quando i costi aumentano, o cambiare appalto contrattando al ribasso, o rinunciare ai lavoratori che – per quanto esperti, efficienti e professionali – vengono sostituiti da altri che costano meno. La pratica permette anche di non avere a che fare in modo diretto con i sindacati.

Il brand, che in Italia fa parte del conglomerato Itx srl, ha iniziato a servirsi dei facchini oltre dieci anni fa. Gli sono essenziali per fare arrivare la merce sugli scaffali, eppure non li ha mai assunti: i magazzinieri sono sempre stati dipendenti di altre aziende che operano per conto di Zara tramite appalti e subappalti.

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Logistica, buco nero dei diritti

"Nello logistica lo sfruttamento è ancora possibile, si riescono a ottimizzare i costi e a fare profitti sui tempi di lavoro, o sul mancato pagamento degli straordinari"Massimo Pedretti - Sindacalista Usb

Non si tratta di un unicum: quando si parla di servizi di logistica, cioè del magazzinaggio e del trasporto dei prodotti, il ricorso a terzi è ormai prassi in ogni settore. Le stime del fenomeno le ha fornite l’ex ministro del lavoro Andrea Orlando: nel 2020, il comparto contava in Italia 90mila imprese e 1.5 milioni di addetti. Massimo Pedretti, sindacalista Usb con un passato in Cgil, parla di "una malattia". "Nello logistica – spiega – lo sfruttamento è ancora possibile, si riescono a ottimizzare i costi e a fare profitti sui tempi di lavoro, o sul mancato pagamento degli straordinari".

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"La spasmodica ricerca di risparmio dei costi che va a svantaggio della sicurezza sul lavoro è attuata per lo più da società cooperative spurie costituite ed estinte per la durata di un appalto o di un subappalto", scrivono gli autori della relazione intermedia della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia pubblicata quest’anno, aggiungendo che spesso questi soggetti "utilizzano manodopera irregolare o applicano ai dipendenti contratti collettivi che garantiscono ai lavoratori meno diritti e meno tutele rispetto al contratto nazionale della logistica e dei trasporti".

Di tutto ciò al committente si può contestare poco: il primo scopo della politica di appalti e subappalti, che sono legali, è di "permettere alle aziende che affidano il lavoro di non avere responsabilità se non quelle previste dalla clausola sociale", dice Pedretti. In pratica: entro due anni dalla fine dell’appalto, il lavoratore può chiedere direttamente al committente le eventuali differenze di retribuzione che gli sono dovute.

Le inchieste sui magazzini Zara

"Molti lavoratori erano egiziani e, in confidenza, hanno rivelato di ricevere molte pressioni"Fonte anonima

Tra il 2008 e il 2019 a Roma e a Milano tanti magazzinieri sono stati impiegati da una moltitudine di imprese, in forma cooperativa ma non solo, legate a un imprenditore ligure: Roberto Picena. Pedretti, che segue i magazzinieri della Capitale dal 2018, sostiene di aver trovato al proprio arrivo condizioni di caporalato: "La gestione del magazzino era affidata a persone provenienti dallo stesso paese dei lavoratori, per lo più egiziani, che erano sfruttati e ricattati. Se volevano ribellarsi, anche la famiglia di origine veniva intimidita". Non solo. Fino a tre anni fa, i magazzinieri non erano assunti con il contratto previsto per la logistica ma quello multiservizi: la differenza in busta paga è di circa 300 euro al mese. L’apice della tensione è stato raggiunto il 6 marzo 2019, quando la cronaca dei quotidiani riporta che 15 addetti alla sicurezza armati di pistole taser fecero ingresso nel magazzino di Castel Giubileo durante uno sciopero, mandando in ospedale tre lavoratori.

Secondo una fonte de lavialibera, una situazione simile si verificava nei magazzini di Milano: anche lì "molti lavoratori erano egiziani e, in confidenza, hanno rivelato di ricevere molte pressioni". Condizioni su cui nel 2018 ha iniziato a indagare la guardia di finanza. Lo scorso 15 settembre il tribunale di Imperia ha chiesto il rinvio a giudizio per Picena e altre 25 persone, per caporalato e reati fiscali. Le imprese coinvolte, con sede a Milano e provincia, sono 26.

Il reato di caporalato, cos'è e come funziona

La prima udienza di un processo che conta oltre duemila parti offese si è tenuta il 15 dicembre. L’accusa, si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, è di "aver sottoposto i lavoratori a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato bisogno" attraverso "la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo sistematicamente e palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali e in reiterata e sistematica violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, al periodo di riposo, al riposo settimanale, e alle ferie". Nel dettaglio, dal 2016 al 2018, a 2.367 dipendenti delle società a responsabilità limitata e/o soci lavoratori delle cooperative sarebbero mancati in busta paga 15 milioni di euro. Inoltre, le aziende non avrebbero versato "oltre otto milioni di euro a titolo di differenze contributive all’ente previdenziale".

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Ti pago, basta che lasci il lavoro

"I poli si trovano in periferia, dove le proteste non fanno rumore, mentre le manifestazioni sotto i negozi facevano fare all’azienda brutta figura"Pedretti

I tempi dell’indagine hanno coinciso con la riorganizzazione dei magazzini di Zara in tutta Italia. A Roma l’azienda ha conservato solo il grande polo logistico di Castel Giubileo, facendo a meno delle attività di magazzinaggio nei depositi vicini ai negozi nel corso dell’ultimo anno. Per Pedretti le ragioni della scelta vanno cercate non solo nel risparmio e nelle potenziali ricadute mediatiche dell’inchiesta, ma anche nella volontà di far rimanere questi lavoratori nell’ombra: "I poli si trovano in periferia, dove le proteste non fanno rumore, mentre le manifestazioni sotto i negozi facevano fare all’azienda brutta figura".

L’ultimo appalto, nell’ennesimo cambio, è stato affidato a una società piemontese, Arcese, e il passaggio non è stato indolore. Per favorire l’esodo, Itx srl ha messo a disposizione un fondo importante: circa 25mila euro a magazziniere. "Era già accaduto nel 2019 dopo un altro cambio di appalto – prosegue il sindacalista –. Nel 2022 il brand della moda ha speso a Roma e Milano circa 870mila euro in incentivi all’esodo, cioè per sbarazzarsi del personale, convincendolo ad abbandonare il posto di lavoro. La cifra corrisponde all’uscita di circa 36 addetti. Oggi nei magazzini della Capitale sono occupate circa 70 persone, nel 2018 erano quasi il doppio".

Proteste sotto la Mole

A Torino, il negozio Zara di via Roma, in pieno centro città, si serve di due magazzini vicini allo store, dove la merce è stoccata per poi essere trasportata in negozio ogniqualvolta un prodotto va in esaurimento. Fino a poco tempo fa in quei locali operavano una ventina di magazzinieri di origine pakistana. Lavoratori esperti, impiegati da Zara ma assunti da altre società con contratti della logistica, la maggior parte a tempo indeterminato. Persone che il più delle volte vivono insieme alle loro famiglie, in comunità poco permeabili all’esterno, svolgendo più lavori per volta: chi ha un contratto part time fa dell’altro, in molti casi il rider per le aziende del food delivery. Nei mesi scorsi Zara ha deciso di non rinnovare l’appalto con la società di turno e fare a meno di quei magazzinieri.

Il male nelle filiere

La vicenda torinese si è risolta con un accordo tra la società Ashel group – il vero datore di lavoro – e i magazzinieri, che in cambio di 20-27 mila euro (a seconda del tipo di contratto e dell’anzianità) hanno stracciato gli accordi in essere. Ashel aveva proposto loro di continuare l’attività in magazzini ubicati in altre città, ma nessuno ha accettato preferendo l’incentivo all’esodo. "Siamo stati sfruttati per sedici anni – dice Sufian, uno dei facchini – e in poco tempo ci hanno fatto fuori. Lavoravamo dalla mattina alle sei fino alle otto di sera, senza pause, meritavamo un altro trattamento".

Raffaele Marino è un sindacalista della Cisl che la scorsa estate ha seguito le fasi finali della vertenza. "Abbiamo chiesto a Itx Italia di assumere i magazzinieri, in fin dei conti svolgevano un lavoro essenziale che andava avanti da molto tempo, ma nessuno ci ha mai ascoltato. Purtroppo le grandi aziende si inseriscono in queste grandi filiere per abbattere costi e controlli, è un sistema folle che andrebbe cambiato". Secondo il sindacalista, non è un caso che i magazzinieri fossero tutti pakistani. "Sono lavoratori silenziosi che di rado si lamentano, abituati alla precarietà. Le aziende ne sono consci e ne approfittano. Se fossero stati italiani, le cose sarebbero andate diversamente".

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La rivolta dei dipendenti

La vicenda dei magazzinieri ha avuto ripercussioni sugli addetti alle vendite, assunti direttamente da Zara. "I dipendenti si occupano a turno dell’attività interna di magazzino – dice la dirigente Cisl Stefania Zullo – tolgono la roba dagli scatoloni, sistemano e così via. Non è un demansionamento perché il contratto prevede, entro certi limiti, che possano fare altro. Il problema semmai è il carico di lavoro che continua ad aumentare. Gli impiegati si occupano già delle vendite online e ora si aggiunge l’attività in magazzino. Intanto l’azienda non concede nessun aumento salariale o nuove condizioni che integrino il contratto, fermo al 2019 e ancora in attesa di essere rinnovato". Un contentino è il bonus una tantum di 500 euro che l’azienda ha previsto per i lavoratori a tempo pieno, che si riduce drasticamente per i part time. "Rinnovare il contratto integrativo è una priorità – insiste la sindacalista – per questo abbiamo deciso di protestare in tutta Italia. Il gruppo non è in crisi, al contrario continua ad aumentare i profitti. L’aumento del costo della vita è sotto gli occhi di tutti, l’azienda non può ignorare i suoi dipendenti".


Inditex: il gigante della moda

Nel primo semestre del 2022 il gruppo Inditex – che a livello globale include i marchi Zara, Zara Home, Bershka, Stradivarius, Pull & Bear, Massimo Dutti, Oysho, Uterque, Tempe e Lefties – ha registrato un fatturato pari a 14,8 miliardi di euro, il 24,5 per cento in più rispetto a quanto ottenuto nello stesso periodo di un anno fa. Per la multinazionale spagnola dell’abbigliamento, quotata in Borsa a Madrid, dopo l’inevitabile calo dovuto alla pandemia (durante la quale sono comunque aumentate le vendite online) gli affari vanno a gonfie vele, ma per i vertici della società non è abbastanza. E così, seguendo una logica votata esclusivamente al profitto, Inditex ha deciso di risparmiare sul costo del lavoro e incrementare ulteriormente i guadagni.

Nel 2021 Zara è stata fusa nel gruppo Itx Italia, che ha chiuso l’anno (con bilancio depositato al registro delle imprese il 31 gennaio 2022) con un fatturato di 1.709.307.702 euro rispetto ai 695.855.651 euro dell’anno precedente. L’utile – la differenza tra ricavi e costi – è stato di 91 milioni di euro nel 2021, nel 2020 ha registrato un negativo di 30 milioni di euro. Nel 2021 il costo per il servizio di logistica è stato di 24.378.647 euro. Nel 2020, di 12.064.060.

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