8 gennaio 2023, Brasilia. Centinaia di sostenitori dell'ex presidente Jair Bolsonaro assaltano il congresso nazionale, la corte suprema e il palazzo presidenziale (Andre Borges/Epa)
8 gennaio 2023, Brasilia. Centinaia di sostenitori dell'ex presidente Jair Bolsonaro assaltano il congresso nazionale, la corte suprema e il palazzo presidenziale (Andre Borges/Epa)

"L'assalto a Brasilia figlio dell'antipolitica, ma la democrazia è più forte"

L'attacco contro i simboli dello Stato brasiliano nasce dalla radicalizzazione del dibattito politico di cui Bolsonaro è prodotto e fomentatore. Ora spetta a Lula ristabilire la fiducia nelle istituzioni. Intervista a Dario de Sousa e Silva, professore di sociologia all'Universidade do Estado do Rio de Janeiro

Paolo Valenti

Paolo ValentiGiornalista

11 gennaio 2023

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Nel pomeriggio di domenica, a una settimana esatta dall’investitura ufficiale di Luiz Inácio Lula da Silva come presidente della Repubblica federale del Brasile, migliaia di sostenitori del predecessore Jair Bolsonaro hanno invaso i palazzi simbolo dei tre poteri nella capitale Brasilia: Palácio do Planalto, sede della Presidenza, il Tribunale supremo federale ed il Congresso nazionale.

Per Dario de Sousa e Silva, professore di sociologia all’Universidade do Estado do Rio de Janeiro, si tratta della “più grande minaccia alla democrazia dalla fine della dittatura militare nel 1985”. A lavialibera racconta cosa significa l’assalto, da dove nasce e quali sfide attendono ora il presidente Lula.

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Professore, sono passati tre giorni dall’attacco. Qual è la situazione adesso?
La risposta del governo è stata tempestiva. Almeno 1200 persone che hanno preso parte all’assalto sono già in carcere e si sta lavorando per identificare chi l’ha organizzato e finanziato. Il congresso è stato convocato in via straordinaria per discutere di iniziative legali per supportare le indagini. 

Sono brasiliani che si sentono dimenticati dalla politica, vengono soprattutto dalla classe media e fanno spesso parte di movimenti neopentecostali

Chi sono i rivoltosi?
Sono brasiliani contro la democrazia, figli di un processo iniziato ancor prima dell’elezione di Bolsonaro. Da allora il panorama politico nazionale ha visto un’importante trasformazione: il dibattito si è spostato su argomenti morali e religiosi, le posizioni sono diventate sempre più radicali, rendendo impossibile la comunicazione tra le parti, è cresciuto il militarismo e l’intolleranza verso la diversità. Parallelamente, si è diffuso un forte sentimento di antipolitica, cioè l’idea che le istituzioni non rispondano agli interessi della gente comune. Questi che si considerano i dimenticati della politica vengono soprattutto dalla classe media, sia delle zone urbane che delle periferie, e fanno spesso parte di movimenti neopentecostali, frange del cristianesimo protestante molto intransigenti sui temi etici e sociali. Sono loro che hanno portato Bolsonaro al potere nel 2019 e sono loro che domenica hanno invaso i palazzi del potere.

Si parla di decine di pullman giunti nella capitale da diverse parti del Brasile con a bordo i rivoltosi. Chi li ha finanziati?
Le indagini sono ancora in corso, ma il Ministro della giustizia ha già comunicato di aver identificato alcuni dei soggetti responsabili di aver sponsorizzato gli spostamenti. Si tratta di imprenditori o esponenti di gruppi d’interesse legati all’industria agroalimentare e mineraria in Amazzonia, che con Bolsonaro hanno fatto grandi affari e ora si vedono minacciati dalle politiche ambientaliste di Lula. 

A pagare i pullman con cui i rivoltosi hanno raggiunto Brasilia sarebbero stati imprenditori del settore agroalimentare e minerario, preoccupati dalle politiche di Lula per l'Amazzonia

Tanti analisti concordano nel sostenere che azioni di questo tipo erano prevedibili: perché non sono state prevenute?
Sì, c’erano tutti gli elementi per prevedere quanto accaduto. Dalle comunicazioni via social dei gruppi di estrema destra era emersa chiaramente già settimane fa l’intenzione di organizzare un’insurrezione. Proprio per questo il governo della capitale aveva predisposto un piano di sicurezza speciale per assicurare che le manifestazioni si svolgessero senza derive, piano che però è stato modificato proprio domenica mattina. Si sospetta abbia giocato un ruolo importante del governatore del distretto federale di Brasilia Ibaneis Rocha, vicino a Bolsonaro, che la Corte suprema ha prontamente sospeso dal suo incarico.

A differenza dell’assalto al Congresso statunitense del 2021, a Brasilia i palazzi delle istituzioni erano vuoti. Qual era quindi l’obiettivo dei manifestanti?
L’intenzione era duplice. Da un lato, mettere in difficoltà la nuova amministrazione per dimostrarne la debolezza. Dall’altro, suscitare la mobilitazione dell’esercito, sperando che si schierasse a supporto dell’insurrezione.

Cosa che non è accaduta
Fortunatamente no, ma non mi sorprende. È vero, la cultura istituzionale dell’esercito brasiliano non è pienamente democratica ed esistono frange di estrema destra. Non solo, Bolsonaro ha piazzato tantissimi militari in posti importanti nella politica o nell’economia, tra cui il ministro della salute, con le conseguenze che abbiamo in fatto di gestione della pandemia. Ma l’esercito brasiliano è prima di tutto corporativo, per cui gli interessi economici del corpo prevalgono su quelli politici. I militari hanno capito che questo tentativo di insurrezione non avrebbe avuto alcun futuro e hanno lasciato perdere.

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Crede che l’ex presidente abbia avuto un ruolo nell’organizzazione dell’assalto?
Di certo l’ha avuto nel creare le condizioni perché questo potesse accadere. Bolsonaro non ha mai condannato esplicitamente gli atti eversivi volti a contestare il risultato delle elezioni dello scorso ottobre, che lui stesso ha continuato a descrivere come illegittime. Ma ancor prima ha contribuito a minare la fiducia nelle istituzioni e inquinare il dibattito pubblico con le fake news. Per esempio, per diverso tempo è circolata online la notizia secondo cui il governo di Lula avrebbe distribuito nelle scuole brasiliane libri che pubblicizzano l’omosessualità e insegnano ai bambini come si fa sesso. Quello che lui e i suoi collaboratori hanno messo in piedi, avvalendosi anche del supporto di figure come Steve Bannon, è proprio un metodo di diffusione della disinformazione. Il fatto poi che Bolsonaro si trovasse negli Stati Uniti fa sospettare che fosse al corrente del piano eversivo.

Il sentimento populista e antidemocratico rimane, sta ai politici di destra scegliere se continuare ad alimentarlo o abbassare i toni

Possiamo dire chiusa l’era Bolsonaro?
Sì, penso – e spero – che uscirà di scena. Ormai ha perso l’aura dell’uomo della salvezza, è diventato una caricatura di sé stesso e non ha mantenuto tante delle sue promesse. Ma il sentimento populista e antidemocratico che incarnava esiste ancora, in Brasile come in tanti Paesi del mondo. Non credo ci sia il rischio che esploda di nuovo in forme così violente, ma questo dipenderà anche da come sceglieranno di comportarsi i politici di destra eletti al Congresso nazionale, se continueranno a fomentarlo o abbasseranno i toni. Ora non si tratta di destra contro sinistra, Bolsonaro contro Lula. Si tratta di difendere le istituzioni, la democrazia, l’unità del Brasile.

Come ne esce la democrazia brasiliana?
Direi rafforzata. Quello che è successo ha mostrato quanto possiamo perdere. La violenza è entrata in città, ha toccato la gente comune. E la gente ha a cuore la propria vita e la propria libertà. Nei giorni dopo l’assalto, decine di migliaia di brasiliani sono scesi in piazza per mostrare il loro attaccamento alla democrazia.

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In occasione delle elezioni presidenziali, e ancor di più dopo l’attacco, tanti hanno descritto il Brasile come diviso in due. È d’accordo?
La situazione è più complessa. Il Brasile non è diviso in due, né “polarizzato” come spesso si sente dire. È un Paese che ha la disuguaglianza come caratteristica distintiva, lascito di 400 anni di schiavitù, e la disuguaglianza non divide in due. Frammenta la società lungo linee economiche, culturali, in termini di accesso ai diritti, anche di rispettabilità. E proprio questa frammentazione spiega perché Lula sia stato eletto: ha saputo unire nello stesso campo partiti e gruppi ideologici diversi, non solo di sinistra. Il suo vicepresidente, per esempio, viene dal centrodestra e fu suo diretto sfidante alle presidenziali del 2006. 

Da dove deve partire Lula per tentare di risanare queste fratture?
C'è tanto da fare, soprattutto in ambito di politiche ambientali, sociali ed economiche. Bolsonaro ha lasciato un Paese impoverito, è tornata la fame. Durante il primo mandato, l’amministrazione di Lula era riuscita a tirare fuori dalla povertà milioni di persone, tante di queste ci sono ricadute negli ultimi anni. Nell’ambito dell’università, che conosco bene, sono stati azzerati gli investimenti e la ricerca è stata trattata come un nemico dello Stato. Ma la priorità adesso è ricostruire la democrazia, ristabilire la fiducia nelle istituzioni e la stabilità. 

Brasilia, Capitol Hill, il recente tentativo di colpo di Stato in Perù: sono casi isolati o sintomi di uno stesso malessere della democrazia a livello globale?
Non sono casi isolati, al contrario rivelano la fragilità dell’esperienza pubblica negli Stati democratici: sempre più persone credono che la politica sia un affare sporco, un fatto di interessi privati. Questo non solo spinge molti a non partecipare, ma alimenta anche l’avversione verso le istituzioni e legittima atti antidemocratici. Non ho un antidoto, ma credo che la cultura in questo giochi un ruolo fondamentale: l’arte, la filosofia, la cultura politicizzano, aiutano a ritrovare il senso della collettività, del contatto con l’altro, dell’interesse comune. 

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