Buenos Aires, 2018. L'ingresso al museo della memoria all'interno dell'ex Scuola militare, sede di torture e sparizioni durante la dittatura argentina. Le immagini ritraggono le persone desaparecidas (Wikimedia)
Buenos Aires, 2018. L'ingresso al museo della memoria all'interno dell'ex Scuola militare, sede di torture e sparizioni durante la dittatura argentina. Le immagini ritraggono le persone desaparecidas (Wikimedia)

Argentina, da sede di torture a luogo di memoria dei desaparecidos. Così è cambiata l'Esma

In visita in Italia, Pablo Barlesi e Roberto Bertelotti raccontano come la Escuela superior de mecánica de la armada, luogo di torture e sparizione degli oppositori politici alla dittatura argentina, sia diventato un luogo di memoria dove si combatte la disaffezione delle società verso lo sforzo del ricordare

Cecilia Moltoni

Cecilia MoltoniUfficio comunicazione Gruppo Abele

7 luglio 2023

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Pablo Barlesi e Roberto Bertelotti sono due giovani argentini con radici italiane. E malgrado non siano venuti in Italia sulle tracce dei propri antenati, il loro viaggio ha comunque molto a che fare col tema della memoria. Oltre alle origini, Pablo e Roberto hanno infatti in comune di lavorare per l’Esma, il principale sito argentino dedicato alla memoria delle atrocità commesse dalla dittatura militare che ha retto il Paese dal 1976 al 1983, sotto l’eufemistico nome di “Processo di riorganizzazione nazionale”. Li ho incontrati insieme a Emiliano Cottini, referente di Libera Internazionale, e insieme abbiamo ripercorso le tappe che hanno portato l’Esma a diventare uno dei luoghi di memoria più visitati al mondo, attualmente candidato a Patrimonio dell’Unesco, come già lo sono Auschwitz-Birkenau in Polonia, l’isola di Gorée in Senegal, Robben Island in Sudafrica o la citta di Hiroshima in Giappone.

L'Esma, un luogo di tortura e sparizioni

(Adam Jones/Flickr/CC BY 2.0)
(Adam Jones/Flickr/CC BY 2.0)
“I volti dei prigionieri si affacciano da una struttura in vetro e acciaio montata come atrio d’ingresso. I familiari e le associazioni per i diritti umani hanno chiesto che nessuna foto venisse posta all’interno dei locali, per non riprodurre la reclusione"Pablo Barlesi

Esma sta per “Escuela superior de mecánica de la armada”. Era la scuola di formazione per gli ufficiali di marina dell’esercito, che negli anni del regime guidato da Jorge Rafael Videla divenne un centro di detenzione illegale e tortura degli oppositori politici. La maggior parte degli uomini e delle donne condotti all’Esma, molti dei quali giovanissimi, morì in seguito ai cosiddetti “voli della morte”: spedizioni aree che buttavano i detenuti, sedati ma ancora vivi, nell’oceano. “Oggi – racconta Pablo – i volti di quei prigionieri si affacciano da una struttura in vetro e acciaio montata come atrio d’ingresso alla struttura. I familiari e le associazioni per i diritti umani, che hanno fortemente voluto la trasformazione dell’edificio in museo, hanno chiesto che nessuna foto venisse posta all’interno dei locali, per non riprodurre, neppure a livello simbolico, la reclusione di quelle persone che là dentro avevano a lungo sofferto”. Così chi è stato segregato adesso spalanca idealmente lo sguardo verso il parco e la città, e accoglie i visitatori come una presenza viva.

“I racconti dei pochi sopravvissuti dell’Esma sono stati fra le prove testimoniali chiave nei processi contro i vertici militari e i responsabili della repressione – continua Roberto –. Insieme all’Esma stessa, che ha costituito la ‘prova materiale’ dei crimini, nelle aule di tribunale così come nel processo collettivo di costruzione della verità storica su quegli anni”. Questo ruolo giudiziario, quale prova tangibile delle detenzioni arbitrarie e delle torture a cui furono sottoposti migliaia di avversari del regime, è uno dei motivi per cui l’Esma è oggi al centro di un vasto progetto di tutela. Ma non l’unico. I due curatori mi raccontano le tappe che hanno portato all’apertura del sito al pubblico, nel 2004, e il museo a partire dal 2015.

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Il recupero dell'Esma

Roberto Bertelotti, un rappresentante del centro di cultura dell'ex Esma
Roberto Bertelotti, un rappresentante del centro di cultura dell'ex Esma

Circa un anno dopo il ritorno dell’Argentina alla democrazia, viene intentato un primo processo contro i generali golpisti. Ma le forze armate, ancora molto influenti, sfruttando il timore di nuovi colpi di mano impongono un immediato stop al percorso di giustizia, attraverso due famose leggi di amnistia: “Punto final” e “Obediencia debida”. Si apre così un lungo periodo di impunità per i responsabili dei crimini della dittatura, dal 1987 al 2003. È durante questo periodo che l’Esma corre il rischio di venire smantellata, perdendo per sempre la possibilità di testimoniare gli orrori commessi al suo interno. Le ragioni, contrariamente a quanto si può pensare, non sono politiche ma economiche. Tutta l’area nel 1998 è infatti oggetto di una speculazione immobiliare ad opera dell’allora presidente Carlos Menem, che intende trasformarla in un parco privato per i facoltosi residenti della zona. Soltanto l’iniziativa di alcuni militanti per i diritti umani, sostenuti dai tribunali, impedisce quel tipo di profanazione.

“Pochi anni più tardi, in un clima politico molto cambiato sotto la presidenza di Néstor Kirchner, la richiesta di giustizia riprende fiato e le leggi di amnistia vengono abrogate per dare il via a nuovi processi. Prima con l’obbiettivo di definire una verità condivisa sulla dittatura, poi anche di punire coloro che ordinarono e materialmente commisero i crimini di ‘lesa umanità’, che in quanto tali non si prescrivono – spiega Roberto –. Anche se il patto di silenzio durato per oltre 15 anni aveva consentito a molti dei responsabili di cancellare le prove o fuggire”.

Dalle aule dei tribunali sono uscite sentenze che hanno accertato migliaia di sparizioni forzate, torture e parti clandestini. Questi ultimi furono fra i risvolti più tragici della detenzione di tante giovani donne. Pablo racconta che “all’Esma, la stanza dove le prigioniere incinte venivano fatte partorire per essere poi subito separate dai loro neonati è stata riconosciuta da molti sopravvissuti, ed è fra i passaggi più emotivamente toccanti del percorso di visita”. Ma questo specifico crimine alimenta anche uno dei filoni più vitali della ricerca di verità.

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Il ruolo delle associazioni dei superstiti

Pablo Barlesi, un altro rappresentante del centro di cultura dell'ex Esma
Pablo Barlesi, un altro rappresentante del centro di cultura dell'ex Esma
“Abbiamo voluto andare oltre la classica vocazione museale della maggior parte dei siti di memoria"Pablo Barlesi

Nel corso degli anni, decine di bambini rapiti alle giovani madri e affidati illegalmente a famiglie vicine al regime, grazie alla determinazione delle nonne riunite nell’associazione “Abuelas de Plaza de Mayo” hanno scoperto le proprie origini e si sono a loro volta organizzati nell’associazione “Hijos”. Insieme alle “Madres de Plaza de Mayo” – le madri degli scomparsi che per prime, sotto la dittatura, iniziarono a manifestare nella piazza principale di Buenos Aires per chiedere verità sulla sorte dei figli – e ai “Familiares de Desaparecidos y Detenidos por Razones Políticas”, rappresentano le maggiori realtà tutt’ora attive nella società civile sul tema della memoria.

Tutti questi gruppi hanno oggi la propria sede all’Esma. Non dentro la prigione-museo, che rimane intatta e aperta solo alle visite guidate, ma negli altri edifici che componevano la scuola. “Abbiamo voluto andare oltre la classica vocazione museale della maggior parte dei siti di memoria – dice Pablo . Per segnare una svolta rispetto agli anni dell’impunità, lo Stato argentino ha scelto di collocare proprio qui alcuni uffici istituzionali, come il ministero della Giustizia e quello per i Diritti umani. Mentre numerosi altri enti hanno un proprio spazio all’interno, dove ogni giorno promuovono attività educative, sociali e culturali”.

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Un luogo di "memoria in costruzione permanente"

L’Esma è insomma il “tempio” di quella che Pablo e Roberto definiscono “una memoria in costruzione permanente”; una cittadella dei diritti umani che attira ogni anno circa 200mila visitatori, soprattutto scolaresche ma anche tanti turisti. Emiliano ci è stato più volte nel quadro dei progetti che Libera internazionale porta avanti con le realtà locali. “A chi passeggia nei viali alberati, popolati di studenti e cittadini comuni, sembra che l’Argentina abbia fatto seriamente i conti col suo passato più oscuro”, dice. Ma questo è vero soltanto in parte.

Così come in pochi avevano osato opporsi apertamente al regime, scontando questa scelta con l’esilio, la detenzione o la morte, così la lotta per la verità e la giustizia, sebbene indubbiamente spinta dal basso, è stata condotta da una minoranza. Ancora oggi, malgrado il grande sforzo informativo ed educativo, la consapevolezza di quanto accaduto non è un patrimonio comune.

Contrastare la "stanchezza della memoria"

Don Luigi Ciotti in visita al centro della memoria all'ex Esma di Buenos Aires
Don Luigi Ciotti in visita al centro della memoria all'ex Esma di Buenos Aires

Pablo e Roberto sono venuti in Italia nel quadro del progetto Speme, che unisce le Università di Buenos Aires, Bologna e Amsterdam, l’Esma, la Fondazione Fossoli e altri enti analoghi europei e latinoamericani. Lo scopo è scambiare informazioni e idee fra coloro che, in contesti molto diversi, si pongono lo stesso obiettivo: contrastare la “stanchezza della memoria”, la disaffezione delle società verso lo sforzo del ricordare come pratica necessaria a evitare che certi orrori si ripetano. “Il rischio che la memoria si cristallizzi in un esercizio celebrativo fine a se stesso – dice Emiliano – come Libera sempre mette in guardia che possa accadere rispetto alle vittime della violenza mafiosa”.

Il riproporsi del passato nelle sue forme più brutali non è del resto un topos per studiosi, ma qualcosa che tragicamente affiora nelle biografie di tanti. Come in quella di Roberto che, in visita a Sant’Anna di Stazzema, ha trovato nell’elenco delle vittime dell’eccidio nazista una donna col suo cognome e lo stesso nome di battesimo di sua cugina. O come quella di Vera Vigevani, una delle combattive Madres de Plaza de Mayo, fuggita bambina dall’Italia a causa delle leggi razziali, che ha avuto il nonno morto ad Auschwitz e poi la figlia Franca detenuta all’Esma e uccisa.

Se quella dell’Esma è una storia ancora recente, altre esperienze, ad esempio quelle sulla Shoah, ci dicono che l’investimento culturale non basta a far maturare nella società una consapevolezza durevole degli errori, che si traduca in scelte politiche coerenti. Basta guardare al razzismo sociale e istituzionale che oggi detta le norme sull’immigrazione in Europa.

I due argentini si scambiano uno sguardo disilluso: “Gli ideali di libertà e uguaglianza per cui lottavano i militanti uccisi dalla dittatura, sono ancora ben lontani dal realizzarsi. Rendere giustizia alla loro morte non basta se non raccogliamo il testimone di quello che sognavano in vita”. Per questo è fondamentale lavorare a una memoria che sia ponte fra ieri e oggi, non semplice rievocazione, ma potenziale rivoluzione. “All’Esma proviamo a dirlo con questa formula: ‘dobbiamo far sentire comodo chi è scomodo, e scomodo chi si sente comodo’”.

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