Milano, 21 marzo 2023. Luigi Ciotti in piazza Duomo durante la Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie
Milano, 21 marzo 2023. Luigi Ciotti in piazza Duomo durante la Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

Luigi Ciotti: "La felicità è sentirsi parte del mondo"

La felicità arriva quando ci dimentichiamo di noi per un attimo ed entriamo in relazione autentica e profonda con l'umanità

Luigi Ciotti

Luigi CiottiDirettore editoriale lavialibera

6 novembre 2023

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Diciamo che si può "essere fuori di sé dalla gioia" o "scoppiare di felicità". E davvero la gioia, la felicità sono emozioni che sembrano proiettarci al di là di noi stessi, in una dimensione che esorbita il nostro angusto “io”. Il rapporto causa-effetto fra sentimento e "fuoriuscita" è, però, forse diverso da ciò che queste espressioni evocative suggeriscono.

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Sono felice in questo preciso istante? Non saprei. Ho tante preoccupazioni addosso, legate sia al clima cupo che aleggia sul mondo, fra guerre, crisi ecologica, discriminazioni e disuguaglianze crescenti, sia alle fatiche quotidiane di tante persone e famiglie che incontriamo col Gruppo Abele e con Libera. Gente segnata dalla povertà, dalla malattia, dalla negazione dei propri diritti, dalle minacce del crimine organizzato. Eppure, non posso nemmeno dire di essere infelice.

La luce nell'oscurità

Perché proprio nel rapporto con queste persone, nei piccoli passi di libertà e giustizia che insieme riusciamo a compiere, trovo la luce che mi insegna la strada, lo stimolo ad andare avanti. Mi è capitato persino nei periodi più bui e nelle situazioni più complesse. Penso ai primi tempi dell’emergenza Hiv/Aids, con quelle persone malate di cui si aveva, più che pietà, terrore. Nessuno le voleva intorno, spesso neppure i familiari stretti. E noi ci inventammo le prime forme di accoglienza: un paio di stanze offerte da un parroco dentro al campanile di una chiesa, poi una comunità in collina.

In assenza di cure mediche efficaci, l’unica possibilità era accompagnare quegli uomini e quelle donne nell’ultimo tratto di strada, con dignità e rispetto. Quanti ne abbiamo visti morire! Celebravamo almeno un funerale a settimana. E quante notti in bianco, a raccogliere angosce, paure, sensi di colpa. Quanto strazio nel vedere la diffidenza e il giudizio dipinti sul volto dei “sani”, lo stigma sociale che aggiungeva dolore al dolore.

Se ripenso ai primi tempi dell'emergenza Hiv/Aids, non tutto era tenebra. C’era sempre una pennellata di colore, una lama di luce che entrava a squarciare l’oscurità: come nei quadri di Caravaggio

Ma se ripenso a quei momenti, non tutto era tenebra. C’era sempre una pennellata di colore, una lama di luce che entrava a squarciare l’oscurità: come nei quadri di Caravaggio. La consapevolezza della morte, sempre presente, restituiva intensità alla vita. L’esperienza bruciante dell’abbandono rendeva miracolosa l’amicizia. Il peso della malattia faceva cacciar fuori ogni respiro con rabbia ma anche con riconoscenza. Qualche nota inattesa di gioia era sempre pronta a sfidare il dolore-rumore di fondo. La felicità stava nel percorso che ogni giorno si costruiva insieme, per non darla vinta a chi etichettava quelle persone come "vite di scarto" o "esistenze in scadenza". Qualcosa di simile mi pare accada nel cammino accanto ai familiari delle vittime innocenti delle mafie. Storie gravate da un dolore senza risposta, e spesso senza giustizia. Madri, padri, mogli, figli, mariti, fratelli e sorelle ai quali la criminalità organizzata ha strappato un pezzo di cuore, un pezzo di futuro.

Un impegno costante

Accostandoci in punta di piedi alla loro sofferenza, sotto la superficie del lutto abbiamo talvolta scoperto le tracce di una felicità ostinata. Quella felicità che somiglia a una parete verticale da scalare in cordata, indicandosi l’un l’altro gli appigli e cercando fiducia nella condivisione. Quando si racconta la propria storia a chi può comprenderla fino in fondo, per averla vissuta uguale, quando si incontrano le orecchie attente di tanti ragazzi e ragazze in giro per l’Italia, pronti a trasformare quella storia in un patrimonio morale e civile, quando – ed è ancora più incredibile – si riesce a instaurare un dialogo con giovani provenienti dagli ambienti mafiosi, e quel dialogo trasformerà le loro esistenze… Ecco che la disperazione lascia il posto alla speranza.

Non è allora la felicità a farci "uscire da noi stessi", ma diventiamo felici proprio perché questo accade. Perché cioè ci dimentichiamo un momento di noi, sentendoci parte di qualcosa di più vasto. Siamo felici se entriamo in relazione autentica e profonda col mondo. Se sbocciamo e diamo frutto, persino quando tutto intorno sembra destinarci alla sterilità e al pianto. Non a caso “felice” deriva dal verbo latino feo che significa “produrre”. In origine, felice equivaleva a “fecondo”.

Non è allora la felicità a farci "uscire da noi stessi", ma diventiamo felici proprio perché questo accade

Se la felicità è la capacità di fruttificare, la gioia è forse il più succoso di quei frutti. Un sentimento puro, che ho sperimentato ogni qual volta mi sono lasciato toccare dalle sofferenze di altre persone, e ho contribuito a trasformare quelle sofferenze in speranze.  La gioia è il premio di un attimo, la felicità è un impegno costante. Per conquistare l’una e l’altra, bisogna avere la fortuna di scoprire la propria vocazione e aderirvi senza riserve. Può essere una professione, una ricerca, una passione, un ideale per il quale spendersi. Può essere la stessa per tutta la vita o cambiare in base alle circostanze, incluse le più inattese e terribili.


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Nel mio caso la vocazione è stato il sacerdozio, ed è anche in quella dimensione che trovo la mia personale via alla felicità. Nel guardare al cielo senza mai dimenticare le responsabilità a cui ci chiama la terra, per realizzare la necessaria saldatura fra fede, etica e azione politica. Il Vangelo l’ho sempre inteso come parola da ascoltare e soprattutto da vivere. Una parola scomoda, perché ci presenta un Dio che non è da cercare, ma da accogliere. Una parola inclusiva, che ci chiede di essere felici per e con gli altri, e grazie alla quale ho potuto realizzarmi in un impegno che abbraccia anche persone con fedi e riferimenti diversi. La felicità è una meta e non bisogna colpevolizzarsi se, di fronte alle prove più dure, lo sconforto prevale. Essere felici non è scontato e neppure obbligatorio. Provare a diventarlo, probabilmente, sì.

Da lavialibera n° 23, Cosa è la felicità?

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