Roma, 2 giugno 2024. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni all'Altare della Patria durante la Festa della Repubblica
Roma, 2 giugno 2024. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni all'Altare della Patria durante la Festa della Repubblica

Giorgia Meloni, "una del popolo"

Il leader democratico trae la sua forza dalla capacità di coniugare l'appartenenza al popolo con il senso dello Stato. Il leader populista è invece convinto di essere quel popolo che quindi non è tenuto ad ascoltare: è lui in prima persona a farne sintesi e decidere. Come fa Giorgia Meloni

Rosy Bindi

Rosy BindiEx ministra della Salute, presidente Commissione antimafia nella XVII legislatura

6 giugno 2024

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“Scrivete semplicemente Giorgia, chiamatemi Giorgia. Non presidente del consiglio o Meloni, chiamatemi GIORGIA. Perché io sono e sarò sempre una di voi, una del popolo”. Quando la presidente del Consiglio o come preferisce IL presidente del Consiglio ha usato queste parole ho subito pensato a una furbissima trovata elettorale. Perché una come me non ci aveva mai pensato a chiedere di scrivere semplicemente Rosy? È persino più corto di Giorgia!

La sindrome non democratica dell'attuale governo

Un secondo dopo però mi sono ricordata di Alcide De Gasperi, che di tanto in tanto amava firmarsi quidam de populo (uno qualunque del popolo, ndr), specialmente nei momenti gravi per la comunità che era affidata alla sua guida. E sono andata a rileggere un articolo che il giovane Vittorio Bachelet scrisse proprio su De Gasperi per la rivista Civitas nel 1954, dal titolo appunto “Quidam de populo”. Scriveva Bachelet: “Forse il Suo senso dello Stato che tutti gli riconoscevano, nasceva proprio dall’appartenenza alla comunità dei suoi… ed era dalla sua capacità di farsi forza sul contatto morale stabilito fra lo statista e l’uomo comune che tutti riconoscevano in lui un esempio di coerenza umana, di ragionevolezza, di senso concreto del possibile e del giusto”. Continuava: “Ed è singolare che questo contatto si sia stabilito nonostante, forse, anzi, proprio per la mancanza di ogni demagogia nella sua azione e nella sua parola: perché egli era per convinzione democratica, per temperamento per formazione spirituale l'anti dittatore, l’uomo che si appellava non tanto al sentimento, quanto alla ragione e alle convinzioni morali profonde e rifuggiva da ogni posizione di super uomo [...] non pretendeva di scrivere ogni giorno con la sua mano una pagina della storia [...] così era contrario a ogni mito: di persone, di idee, di metodi, di soluzioni.  [...] La negazione di ogni mitizzazione, di ogni cesarismo, di ogni atteggiamento di superuomo e la fiducia nella ragionevolezza degli uomini e delle donne comuni lo portò a servire il bene reale e possibile del suo popolo”.

Democrazia o populismo

Ho voluto ricorrere a questa lunga citazione per ricordare, anzitutto a me stessa, la distanza tra una leadership democratica e una populista che emerge nella differenza tra il “quidam de populo” di De Gasperi e il “chiamatemi semplicemente Giorgia  perché sono una di voi”, della leader Meloni.

La sovranità del popolo si annulla nell’esercizio della sovranità da parte del capo, che trasforma il popolo sovrano nel popolo del sovrano

Il leader democratico trae dall’appartenenza al suo popolo il nutrimento per servirlo, perché lo ascolta, ne rispetta l’articolazione plurale, le differenze, avverte la grande responsabilità di rappresentarlo e di compiere le scelte in suo nome, per il di lui bene, con disciplina e onore. Sa che deve tornare di tanto in tanto nella comunità dei suoi perché la responsabilità che gli è stata affidata non gli consente più farlo. Da leader deve stare nella casa di tutti, dove hanno sede le istituzioni.  La sua forza sta nella capacità di coniugare l’appartenenza al suo popolo con il senso dello Stato e di portare su di sé il peso di questa continua tensione tra l’essere uno del popolo e il non presumere mai di essere il popolo. Il leader populista invece non accetta di vivere il peso di questa tensione, perché presume di essere il popolo. Il popolo sono io, io sono il popolo, è il suo motto. In questa identificazione sta l’inganno più forte perché, in quanto popolo, il leader non ha l’obbligo di ascoltarlo, è il popolo che deve ascoltare lui, perché nella persona del leader si riassumono e si annullano tutte le differenze. Conclusione: la sovranità del popolo si annulla nell’esercizio della sovranità da parte del capo, che trasforma il popolo sovrano nel popolo del sovrano.

La politica che distrugge

Vorrei cogliere la differenza tra il presidente del Consiglio che dopo la seconda guerra mondiale partecipò alla scrittura della carta Costituzionale, rappresentando l’Italia alla conferenza di Parigi per riscattare il nostro Paese dall’onta del fascismo, che fu tra i fondatori della Comunità Europea, e la prima presidente del Consiglio donna che pone al centro del suo mandato una riforma della Costituzione che, di fatto, attraverso l’elezione diretta del premier, consacra una forma populista di leadership, una presidente che vuole trasformare l’Europa, che i padri fondatori volevano federale, nell’Europa delle patrie agognata dai nazionalisti di ieri e dai sovranistidi oggi. 

La politica prepotente di questo nostro tempo rischia di distruggere quanto è stato costruito con fatica dalle generazioni precedenti

Tutto torna, ci sarebbe da aggiungere, anche nella differenza tra “chi non pretendeva di scrivere ogni giorno una pagina di storia con la sua mano” e chi pretende di riscrivere la storia d’Italia e d’Europa ostinandosi a non riconoscere la natura antifascista della Costituzione e della Repubblica.  Persino negando la matrice neofascista delle stragi degli anni Settanta e Ottanta. Tutto torna nella differenza tra chi rifuggiva ogni forma di cesarismo firmandosi quidam de populo e chi si dichiara una del popolo per concentrare su di sé ogni potere, ogni attenzione, ogni unità di misura. 

Ci sarà perdonata un po’ di nostalgia per una politica mite, e per questo autorevole, di tempi lontani, di uomini e donne che vorremmo contemporanei perché la politica prepotente e non amata di questo nostro tempo rischia di distruggere quanto è stato costruito con fatica e impegno dalle generazioni che ci hanno preceduto.

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