Foto di S. A Johnson/Unsplash
Foto di S. A Johnson/Unsplash

"La paura è solo un'emozione, non permetterle di fermarti"

Un crollo fisico e mentale, al termine di un periodo molto faticoso. Poi la risalita, con l'aiuto di professionisti e di nuove relazioni. Il racconto in prima persona di una rinascita

Gabriele Colucci

Gabriele Coluccitirocinante lavialibera

1 agosto 2026

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Era l’estate del 2021, rimanevano gli strascichi di un lockdown che mi aveva tolto l’aria. Il mio crollo nel buio è cominciato la sera prima di partire per una vacanza con gli amici. Stavo attraversando, di notte, un prato per tagliare la strada verso casa, un percorso abituale. A metà del sentiero ho notato due sagome ad altezza uomo, muoversi nell’oscurità. Pochi giorni prima, in quella zona c’era stato un omicidio brutale. Ho percepito il pericolo, la mente ha fatto un salto nel vuoto e sono scappato a perdifiato, cadendo rovinosamente sull’asfalto in discesa.

Noi giovani siamo la soluzione, non il problema

Mi sono rialzato ferito e sanguinante, come dopo un incidente in moto. Ma la telefonata con mio padre ha fatto più male dell’impatto: invece di trovare conforto, le sue parole mi hanno fatto sentire profondamente sbagliato e non compreso. Sono partito, ma quella vacanza, tra sostanze per anestetizzare la realtà e bende da cambiare, è stata il punto di rottura di un carico accumulato da mesi.

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Al quarto anno a scuola vigeva la legge del più forte: tra verifiche dell’ultimo minuto e una tensione insostenibile, l’unico obiettivo sembrava quello di capire chi avrebbe retto il colpo. Una selezione spietata per rimandare o bocciare chi non era stato selezionato nel 2020, in applicazione delle promozioni ministeriali d’ufficio. A questo si era aggiunto il peso di una relazione tormentata, che aveva spazzato via ogni mia fiducia.

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Mi sono chiuso in camera, aggrappandomi alla scrittura non per guarire, ma per puro istinto di sopravvivenza, per dare un nome al dolore. Intanto, anche la nostra situazione familiare precipitava, trasformando la quotidianità in un conflitto continuo. 

Al ritorno dalla vacanza, il conto è arrivato tutto insieme

Mentre aiutavo mio padre in campagna, la mia mente si è spenta, la memoria a breve termine è improvvisamente sparita, l’angoscia è salita a dismisura, ero finito in un blackout totale. Cinque giorni di buio: quattro senza riuscire a mangiare e tre notti senza chiudere occhio. Avevo il terrore folle di essermi perso e di non avere più il controllo della mia testa.

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Un anno prima un mio caro amico era stato inghiottito da una diagnosi di schizofrenia; quel ragazzo intraprendente non c’era più e temevo stesse succedendo lo stesso anche a me. Nel mio disordine interiore nulla faceva più effetto, finché i miei genitori, entrambi infermieri, capirono che l’amore e la loro professione non potevano bastare e mi portarono in ospedale. In quegli istanti loro per me erano l’unica luce: mi fecero credere di essere sicuri che quel caos si sarebbe risolto, io vedevo solo nero.

Un anno prima un mio caro amico era stato inghiottito da una diagnosi di schizofrenia; quel ragazzo intraprendente non c’era più e temevo stesse succedendo lo stesso anche a me

Lì, sul lettino in attesa dello psichiatra, ero come un gatto dal veterinario: tiravo fuori gli artigli per difendermi da chi voleva solo curarmi. L’esito era chiaro: overstress dato dal carico accumulato nei mesi con gli effetti amplificati dagli eccessi. Il consiglio fu un percorso terapeutico. Tornato a casa mi sono sdraiato nel terreno sotto un albero secolare. In quel momento ho deciso: il lusso più grande al quale aspiravo era stare bene, così la fame di vita ha avuto la meglio sul baratro di quelle settimane.

Ho smesso di vergognarmi di farmi seguire dallo psicologo, cominciando ad andarci volentieri, ho trovato la voglia di raccontarlo a pochissime persone e ho iniziato ad allenarmi nel garage di mia zia e poi in palestra. Lo sport è stato un elemento fondamentale per la mia mente più che per i muscoli. Ma la mia vera ancora di salvataggio è arrivata da una passione che coltivavo da quando avevo 13 anni, per via dei racconti che sentivo in famiglia e delle mie vicende dirette: l’antimafia.

Ho smesso di vergognarmi di farmi seguire dallo psicologo, cominciando ad andarci volentieri, ho trovato la voglia di raccontarlo a pochissime persone e ho iniziato ad allenarmi in palestra

Sono cresciuto in estati a sud dove la presenza mafiosa era esperienza quotidiano, non mi capacitavo che si potesse vivere fianco a fianco con persone che appartenevano al mondo opposto a quello dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quell’interesse mi ha portato, durante la maturità, a fare un campo antimafia a Scampia con l’associazione Gelsomina Verdedi Ciro Corona.

Un anno prima ero immobile a letto; un anno dopo stavo prendendo un aereo diretto a Napoli, dove non conoscevo nessuno. A Scampia, lavorando fianco a fianco con ragazzi della mia età che arrivavano dal carcere o in messa alla prova, ho provato quella che una mia cara amica definisce la "solitudine condivisa": la vicinanza con persone che hanno provato un dolore simile al tuo, che crea un terreno comune che unisce invece di isolare.

A Scampia, lavorando fianco a fianco con ragazzi della mia età che arrivavano dal carcere o in messa alla prova, ho provato quella che una mia cara amica definisce la "solitudine condivisa"

Tra i miei occhi e i loro pensavo ci fosse un muro, invece ci accomunava una ferita. Eravamo simili anche se diversi. A fine giornata, dopo aver ascoltato il fratello di Gelsomina Verde, vittima della camorra, raccontare il brutale omicidio della giovane, e dopo aver stretto la mano a ex camorristi che, grazie a persone disposte ad aiutarli, stavano facendo un gran lavoro su loro stessi, mi sono accorto che tutto è possibile, ma soprattutto che è possibile rialzarsi insieme, abbattendo barriere e sostenendosi a vicenda lungo il cammino.

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Scampia mi ha restituito le forze per fare passi che prima mi terrorizzavano. Ho lavorato in Francia, ho piantato un pistacchieto in Basilicata con mio padre, ho vissuto otto mesi a Sydney lavorando nelle caffetterie e ho viaggiato da solo per un mese nel Sud Asia. Ho imparato che la paura è solo un’emozione: puoi ascoltarla, ma non devi permetterle di fermarti.

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