
L'antropologo Remotti: "Nessuna comunità è innocente"



4 agosto 2026
Siamo in pieno periodo di ferie, e chi ancora non ha deciso come impiegare il tempo libero dal lavoro (se un lavoro abbastanza remunerato ce l’ha) si affanna per pianificare all’insegna di relax e divertimento la manciata di giorni che gli è concessa, con l’intenzione di evadere dall’asfissiante routine di tutti i giorni. E se c’è chi torna nel solito villaggio con piscina e baby club, chi si riversa con voli low cost nelle grandi capitali e chi preferisce immergersi nella wilderness delle mete esotiche, altri, sempre più numerosi, spinti da quella che sembra una nuova sensibilità ecologica provano a fuggire dalla quotidianità in maniera sostenibile, sfruttando vecchi e nuovi cammini o le sempre più estese ciclabili che si ramificano in montagna e lungo le coste.

Ma possiamo davvero pensare a un turismo “sostenibile”? Possiamo davvero credere che uno tra i settori economici dal maggiore impatto ambientale e sociale all’improvviso sia in grado di rispettare il pianeta? Secondo il sociologo francese Rodolphe Christin, la risposta è lapidaria: no. Perché il turismo, per sua stessa natura, sarebbe ostile ai luoghi in cui si svolge e a chi li abita. Altrimenti non sarebbe turismo, fenomeno estrattivo che non deve prevedere intoppi, ma viaggio, ovvero una pratica in cui incertezza, scomodità, mediazione, tempi morti e consapevolezza del rischio sono punti fermi; o meglio erano, perché del viaggio, ormai, si può parlare solo al passato.
La protesta contro l'inquinamento causato dai jet privati
È questa, grossomodo, l’innegoziabile premessa di Turismo di massa e usura del mondo, volume da poco pubblicato in nuova edizione da elèuthera: un libro che, attraverso una serie discorsiva di brevi riflessioni concatenate, e senza il favore dei dati, cui spesso si affida il compito di oggettivare una posizione, ci accompagna in un ragionamento lineare su cosa sarebbe davvero il turismo e quali sarebbero le possibilità di azione per evitarne le conseguenze negative.
Ne viene fuori un quadro che porta a conclusioni massimaliste: il turismo andrebbe abolito del tutto, non servito in salsa verde, e se abbiamo a cuore le sorti del pianeta (e le nostre) bisognerebbe agire alla base dei motivi che lo rendono indispensabile, o quantomeno assai desiderabile, nella nostra vita di occidentali. Per scardinarlo, però, bisogna prima coglierne le contraddizioni.
In principio il turismo di massa veniva considerato come possibilità per le classi lavoratrici di godersi il sacrosanto periodo delle ferie retribuite
Sì, contraddizioni: perché se in principio il turismo di massa veniva considerato come possibilità per le classi lavoratrici di godersi il sacrosanto periodo delle ferie retribuite, definendone così il carattere premiale ed escapista, oggi si dimostra del tutto funzionale allo stesso capitalismo che, dettando le condizioni di vita di chi lavora, stabilisce anche le “concessioni” alla vita occupazionale. Secondo Christin, in tal senso, il turismo non sarebbe mai stato vettore di libertà, ma l’opposto: dispositivo di “reclutamento”. Una volta che le ferie pagate hanno offerto una dotazione di tempo libero ai lavoratori, infatti, il capitale si sarebbe chiesto come questo tempo sarebbe stato impiegato, e, per evitare i pericoli dell’intemperanza, dell’attivismo sedizioso o dell’ozio, avrebbe escogitato il turismo, mercificando il tempo libero e stabilendo “nuove forme di controllo sociale finalizzate a canalizzare le energie destinate alle vacanze” e all’illusione dell’incontro tra culture.
Anche la narrazione dell’arricchimento tramite il contatto con l’Altro che struttura la retorica turistica sarebbe infatti una pia illusione: i luoghi che ricevono grandi masse desiderose di svago hanno perso la loro autenticità culturale e si sono ormai conformati a un modello unico, convergendo verso uno standard in cui l’accoglieza assume il carattere della professionalizzazione e gli spostamenti avvengono su tracciati stabiliti dal commercio. Si pensi in proposito alla trasformazione dei centri storici delle nostre città e all’effimero sviluppo che ne consegue: del tutto asserviti alle esigenze del turismo, questi hanno visto la cacciata dei residenti e l’emergere di strutture ricettive e di percorsi dedicati allo shopping in cui si alternano negozi di grandi marchi multinazionali, riferimento identitario dei turisti d’ogni dove, e di più piccoli marchi locali, latori di tradizioni spesso inventate per soddisfare i desideri di autenticità ed esotismo alla base del movimento delle masse.
Assisi e l'overtourism: i rischi per la città di Francesco
Stesso dicasi per i contesti rurali, dove l’ordine mercantile addomestica il paesaggio e lo priva delle sue strutturali asperità per garantire un soggiorno sereno ai visitatori, ma del tutto “artificiale e sofisticato”: un mondo per nulla naturale fatto al solo scopo di “accogliere flussi sempre più consistenti, con effetti sempre più pesanti e irreversibili” sull’ambiente. Per non parlare poi di quanto avviene alle persone che prestano servizio ai turisti, le quali subiscono, come la natura, la medesima violenza, fino al triste apice rappresentato da quel diffuso sfruttamento carnale dei corpi, spesso giovanissimi, che noi occidentali pratichiamo in contesti lontani, obnubilati da un “incanto” esotico grazie al quale riusciamo a glissare sulla “verità dello scambio [sessuale], una verità che tutti conoscono, o presumono”, ma che nessuno vuole mettere in questione.
La risposta di Christin è semplice: bisogna evitare l’insorgere del desiderio di fuga, e dunque fare di tutto affinché gli ambienti della vita quotidiana acquisiscano il carattere di ospitalità ricercato altrove
Qual sarebbe, allora, la soluzione a questo quadro sconfortante? Come prevenire la lunga serie di danni provocati dalle bellurie del turismo? La risposta di Christin è semplice: bisogna agire per evitare l’insorgere del desiderio di fuga, e dunque fare di tutto affinché gli ambienti della vita quotidiana acquisiscano il carattere di ospitalità ricercato altrove. La necessità è allora contrastare l’imperativo della società mercantilista che impone la mobilità a tutti i costi alle persone come alle merci, e reinventare gli spazi urbani tramutandoli in “luoghi di iniziativa popolare” in cui si viva davvero bene. Solo così, conclude il sociologo francese, si può “restituire incanto alla realtà che ci circonda, ridandole senso e convivialità. Perché sono solo gli usi popolari a reincantare i mondi”.
Crediamo in un giornalismo di servizio di cittadine e cittadini, in notizie che non scadono il giorno dopo. Aiutaci a offrire un'informazione di qualità, sostieni lavialibera
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti
La tua donazione ci servirà a mantenere il sito accessibile a tutti