
Permessi dal carcere duro e telefonini in cella, il pericolo dei boss che tornano al comando



30 ottobre 2026
“Una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta”. Queste sono le parole che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha pronunciato lo scorso 22 ottobre a seguito degli episodi avvenuti in alcune città italiane nel corso delle manifestazioni studentesche per il diritto allo studio e all’abitare. Il ministro ha anche ipotizzato, di fronte alla crescita della popolazione detenuta, di aprire nuovi Istituti penali per minorenni (Ipm) e di spostare i ragazzi in alcuni settori delle carceri per adulti. Si tratta di dichiarazioni e intenzioni che fotografano il fallimento di una strategia politica che questo governo, fin dal giorno del suo insediamento, ha portato avanti contro i giovani.
La protesta dei giovani merita un dibattito all'altezza
Di fronte a ogni difficoltà, ad ogni episodio di cronaca, la risposta dell’esecutivo è stata quella del rafforzamento dello strumento penale e della conseguente risposta criminalizzante e detentiva: il decreto anti-rave, il decreto Caivano, due decreti sicurezza, l’imputabilità obbligatoria per i minori. E, dopo i fatti degli ultimi giorni, un nuovo decreto sicurezza, tutto incentrato sui ragazzi minorenni, nel tentativo di normare ogni comportamento, ogni azione, ogni protesta.
Ciò che traspare è un’idea in cui ragazze e ragazzi sembrano sempre più spesso essere un problema da contenere, una minaccia da neutralizzare, una categoria da sorvegliare. Sempre meno, invece, persone da accompagnare nella crescita, anche quando commettono reati o attraversano situazioni dimarginalità. Da qui bisogna partire per provare a rispondere a una domanda volutamente provocatoria: perché il governo Meloni ce l’ha con i giovani?
Ragazze e ragazzi sembrano essere un problema da contenere, una minaccia da neutralizzare, una categoria da sorvegliare anziché persone da accompagnare nella crescita
Fin dal giorno del suo insediamento, il governo ha fatto della sicurezza uno dei pilastri della propria identità politica e uno dei principali strumenti di propaganda elettorale. Il primo provvedimento è stato il decreto anti-rave e da allora si sono susseguiti decine di nuovi reati e di aumenti di pena, attraverso l’approvazione di decreti mirati o decreti sicurezza che hanno progressivamente ampliato il perimetro del diritto penale.
Decreto sicurezza, minori e "maranza" i nuovi nemici dell'ordine
Un filo conduttore è sempre stato comune a tutti gli atti: di fronte a un problema sociale, reale o presunto, si risponde soprattutto con la repressione. La narrazione dell'emergenza legittima l'intervento, mentre la complessità delle cause passa in secondo piano. Ad esempio, è passato in secondo piano il richiamo del commissario per i Diritti umani del consiglio d’Europa che, lo scorso luglio, aveva chiesto all’Italia di programmare una serie di interventi che rispondessero a un dato estremamente preoccupante: nel nostro paese un bambino su sette (il 13,8 per cento del totale) vive in uno stato di povertà assoluta.
L'ultimo decreto sicurezza, varato nei giorni scorsi, si inserisce perfettamente in questa traiettoria. Le nuove disposizioni intervengono anche sui cortei, introducendo il reato di partecipazione violentaa una manifestazione e un'aggravante legata all'utilizzo dei social per organizzarla. Norme che per la vaghezza delle formulazioni rischiano di colpire il diritto di protesta e di partecipazione, andando oltre la repressione di condotte individuali effettivamente violente. Si tratta dello stesso rischio contenuto anche nei precedenti due decreti, approvati a giugno 2025 e ad aprile 2026, che non a caso Antigone ha definito i più gravi attacchi alla libertà di protesta nella storia della Repubblica.
È soprattutto nella giustizia minorile che questa impostazione mostra le proprie conseguenze. Il decreto Caivano, approvato nel settembre 2023 dopo alcuni episodi di cronaca, ha segnato un cambiamento significativo ampliando le possibilità di ricorrere alla custodia cautelare e irrigidendo gli strumenti a disposizione della magistratura. Si tratta di un intervento legislativo che ha fatto da spartiacque tra un prima e un dopo.
Caivano, storia di abbandono e solitudine
Solo pochi anni prima Antigone, presentando un proprio rapporto sulla giustizia minorile, proponeva di pensare a un sistema minorile gestito senza carceri per i minorenni. I ragazzi detenuti erano costantemente meno di 400, a fronte degli oltre 10mila in carico al sistema della giustizia minorile. La detenzione era dunque una pratica molto marginale.
Dopo il decreto Caivano la situazione è cambiata. Negli Istituti penali per minorenni è arrivato per la prima volta il sovraffollamento e sono state aperte due nuove carceri. I ragazzi detenuti sono costantemente poco meno di 600 e questo dato lo si è spesso riuscito a contenere trasferendo i cosiddetti “giovani adulti” nelle carceri per adulti, una pratica che proprio il decreto Caivano ha reso più semplice. Al decreto Caivano si sono aggiunti gli interventi. A ogni nuova emergenza mediatica è seguita una nuova promessa di fermezza.
Quasi il 60% dei detenuti è recidivo. Per questo il carcere in Italia è un fallimento
Mentre si dichiara di voler risolvere la questione della criminalità minorile si alimenta un sistema punitivo che tanto assomiglia a quello in vigore per gli adulti, senza tenere conto, da un lato, della specificità dei giovani che sono ancora in una fase di crescita e di formazione, e che non è detto che a 40 anni saranno ciò che erano a 15 o 16 anni. Dall’altro, che il sistema degli adulti produce oltre il 60 per cento di recidiva, non riuscendo a intercettare bisogni e costruire possibilità nel tempo della pena.
Mentre si dichiara di voler risolvere la questione della criminalità minorile si alimenta un sistema punitivo che tanto assomiglia a quello in vigore per gli adulti
Al di là dell’emergenza mediatica esiste un’emergenza reale? I dati disponibili invitano alla cautela e, almeno in parte, smentiscono la narrazione di una devianza giovanile fuori controllo. Secondo i dati Eurostat ripresi dall'ottavo rapporto di Antigone sulla giustizia minorile, Io non ti credo più, in Italia i minorenni denunciati sono 363,4 ogni centomila abitanti, quasi la metà della media europea, pari a 647,9.
Criminalità e minori, i dati smentiscono l'allarme sociale
Dei poco più di due milioni di reati denunciati ogni anno nel Paese, circa 30mila sono commessi da minorenni: l'1,5 per cento del totale. Le serie storiche dell'Istat mostrano un andamento di lungo periodo caratterizzato da oscillazioni, non una crescita inarrestabile della criminalità giovanile. Questo non significa voler negare la gravità dei singoli episodi che possono accadere, ma distinguere i fatti dalla loro rappresentazione e domandarsi se nuovi reati che vanno a regolamentare fattispecie già perseguite o l’inasprimento delle pene siano davvero risposte utili e efficaci.
In Italia i minorenni denunciati sono 363,4 ogni centomila abitanti, quasi la metà della media europea
Il nuovo decreto sicurezza, così come i precedenti, non riguarda soltanto i ragazzi che commettono reati ma può interessare potenzialmente chiunque partecipi a manifestazioni. Il rischio è che comportamenti molto diversi vengano ricondotti a un'unica categoria, quella dei giovani da controllare. Soprattutto quando le manifestazioni chiamano in causa le politiche dei governi. La sicurezza, da parola che promette protezione, può dunque finire per restringere le libertà.
La questione non riguarda soltanto la proporzionalità delle pene o la legittimità di una specifica norma ma, più in profondità, il modello di convivenza che si costruisce dinanzi al conflitto sociale, quando si decide che questo debba essere affrontato principalmente attraverso lo strumento penale, trattando il dissenso sempre e solo come una minaccia.
Una politica pubblica non può essere valutata soltanto dalla sua capacità di trasmettere un messaggio di fermezza
Questa è senza dubbio una strategia che può attirare consensi, soprattutto dinanzi a fatti di cronaca che alimentano la paura. Ma una politica pubblica non può essere valutata soltanto dalla sua capacità di trasmettere un messaggio di fermezza. Aumentare i posti in carcere non significa ridurre la criminalità. Inasprire una pena non equivale a prevenire un reato. Restringere il diritto di protesta non risponde in alcun modo alle ragioni e alle rivendicazioni delle persone che scendono in piazza. Trasformare i minori in un bersaglio non offre loro alcuno strumento utile per uscire dalle situazioni di marginalità.
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Guardando alle cose da questa angolazione allora la vera alternativa non è scegliere tra sicurezza e diritti. Semmai è riconoscere che non si può costruire alcuna sicurezza duratura senza diritti, prevenzione e opportunità. Che uno Stato riesce a dimostrare la propria forza non solo quando punisce, ma anche quando riesce a non perdere i propri ragazzi.
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