Foto di Laura Fazzini
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Pfas Alessandria, la Commissione parlamentare ecoreati non ha dati sulla salute degli operai

In Piemonte, il polo industriale di Spinetta Marengo produce sostanze chimiche, i Pfas, che l'Europa vorrebbe bandire per il loro alto potere inquinante. L'alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani, Marcus Orellana, si è detto particolarmente preoccupato per la situazione piemontese, che potrebbe riprodurre un disastro ambientale simile a quello Veneto, dove è in corso un processo in cui si sono costituite oltre 300 parti civili [seconda puntata]

Laura Fazzini

Laura FazziniGiornalista

28 febbraio 2022

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A fine gennaio, i dirigenti della multinazionale belga Solvay hanno incontrato le istituzioni di Alessandria, in Piemonte, per rinnovare l’autorizzazione a produrre sostanze chimiche come i Pfas. Questa volta escludendo la presenza delle associazioni ambientaliste. “Non era mai successo che venissimo accolti dopo la discussione: questa volta ci hanno fatto collegare da remoto e abbiamo parlato solo con una funzionaria che non firma quell’autorizzazione! – Claudio Lombardi, ex assessore all’ambiente di Alessandria e simbolo della lotta di Legambiente contro la contaminazione industriale, risponde al telefono sconfortato –. Abbiamo chiesto cosa intendano fare per le emissioni aeree, ci sono 72 ciminiere e oltre 15mila punti di ‘emissioni fuggitive’, ma la funzionaria della provincia non ha risposto, era evidentemente in imbarazzo”. 

Leggi la prima puntata dell'inchiesta di Laura Fazzini sui Pfas ad Alessandria

Solvay festeggia i suoi venti anni di produzione chimica a Spinetta Marengo, Alessandria, con la richiesta di rinnovo dell’autorizzazione integrata ambientale (A.I.A.). Un rinnovo obbligatorio per legge, che comporta la consegna da parte dell’azienda della lista delle sostanze prodotte, dei sistemi di smaltimento rifiuti e le informazioni sulla tenuta dell’impianto nel settore sicurezza. La prima autorizzazione, del 2010, dopo 8 anni dall’acquisizione di Solvay Solexis di Ausimont, era stata pubblicata sul sito della Provincia di Alessandria solo nel 2020 e non riguardava la produzione delle sostanze Pfas, utilizzate e poi prodotte da Solvay già dal 2002. Sostanze che rendono il 60 per cento del fatturato dell’azienda.

Da Ausimont a Solvay, una sola autorizzazione

Facciamo un salto indietro nel tempo. Il 7 maggio 2002 Bernard de Laguiche, amministratore della famiglia Solvay, presenta ai giornalisti “Il più grande investimento del gruppo Solvay”, stringendo la mano a Carlo Cogliati, amministratore Ausimont, che in sei mesi di trattative ha venduto la vecchia Montedison alla famiglia Solvay per 1.3 miliardi per dare alla luce Solvay Solexis Specialty Polymers, nuova produttrice di sostanze fluorurate.
La somma comprende i quattro stabilimenti Ausimont in Italia (Bussi sul Tirino in Abruzzo, Porto Marghera a Venezia, Bollate a Milano e Spinetta Marengo ad Alessandria), ma include anche  decine di brevetti, personale qualificato e dirigenti ben radicati nel territorio.
Gli impianti di Bussi e Porto Marghera vengono pian piano dismessi: Bussi sul Tirino per la condanna di disastro ambientale nel 2014 - reato andato poi prescritto -, Porto Marghera venduto come impianti alla Fluorsid, ma rimasto a Solvay come terreni. Il centro ricerche di Bollate, a Milano, e i 130 ettari di Spinetta Marengo invece divengono il fiore all’occhiello di Solvay in Europa.

La direttiva Seveso obbliga i produttori di composti pericolosi a denunciarne la produzione e l’uso per tutelare la salute degli operai e dei residenti nella zona

Nel 2002 le produzioni a Spinetta sono circa trenta, dal cromo esavalente al tetracloruro di carbonio, tutte ereditate dalla Montedison/Ausimont. Tali produzioni impongono alla fabbrica di sottostare alla direttiva Seveso per la lavorazione di sostanze nocive. La legge obbliga i produttori di composti pericolosi a denunciarne la produzione e l’uso per tutelare la salute degli operai e dei residenti nella zona di ricaduta delle eventuali fuoriuscite.

Le fughe di sostanze nocive

Una di queste sostanze pericolose è il gas Pfib, ottenuto con la lavorazione del perfluoropropene e considerato altamente tossico. Dopo una lunga ricerca, lavialibera ha constatato che, fino al 2010, la prima e unica richiesta rintracciabile di modifica di produzione nello stabilimento da parte di Solvay per le sostanze Pfas, è appunto su Pfib. Nell’ottobre 2003 Solvay Solexis chiede una variazione della Valutazione Impatto Ambientale (Via) per la modifica del composto gassoso e la realizzazione di un nuovo impianto di produzione di acido fluoridrico a partire dai composti fluorurati. 

Ottenuta la firma nel 2004, il reparto destinato al cromo esavalente viene smontato, abbattendo vecchi edifici che evidenziano schiume gialle nelle fondamenta e che avevano allarmato alcuni operai, e viene ampliato il reparto Plastomeri ed Elastomeri.

Il Pfib viene lavorato in forma liquida per ridurre la sua volatilità, ritenuta estremamente pericolosa. Un testimone ricorda che negli anni Novanta, prima dell’arrivo di Solvay, un operaio che lavorava nello stabilimento era morto per edema polmonare. Un decesso che la comunità ha vissuto come l’ennesima prova del pericolo di lavorare in quel contesto. 

Nel febbraio 2008, quattro anni dopo la trasformazione del polo industriale, un esposto alla Procura di Alessandria denuncia che il Pfib viene ritrovato in alcune zone dello stabilimento fino a 468 ppb, 4o volte superiore al limite di legge a 0,01 ppm. 

Le fughe di Pfib proseguono e arrivano nella zona residenziale a ridosso del muro Solvay. Nel 2015 Solvay presenta in Prefettura un prospetto con oltre 50 fughe risalenti al 2010 in diversi impianti che hanno quindi raggiunto l’esterno. L’ultima di Pfib rilevata all’interno dello stabilimento è dell’estate 2021. “Abbiamo chiesto in questa ultima conferenza dei servizi del 27 Gennaio una conferma delle fughe di sostanze nocive, del rischio delle perdite in atmosfera, sia per la tutela degli operai sia per i residenti. Andrea Diotto, direttore dello stabilimento, ha salutato e se n’è andato prima che finissimo la domanda”, chiude Lombardi. 

Il lavoro della Commissione parlamentare

Il 19 gennaio 2022 il presidente della commissione parlamentare sugli ecoreati, Stefano Vignaroli, presenta la nuova relazione sulla contaminazione da Pfas: “Un lavoro di tre anni, coordinato con tecnici e grazie a sopralluoghi all’interno degli stabilimenti. Dobbiamo ottenere limiti agli scarichi che rispettino il principio di precauzione, perché dobbiamo salvare l’ambiente per tutelare la salute di chi lo abita”.
Le oltre cento pagine della relazione dimostranouna contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche ben presente in quasi tutte le regioni, con la conferma dell’allarme in Veneto e Piemonte e un nuovo faro sulla Toscana per le sue concerie. 

Il presidente della Commissione ecoreati Vignaroli ha detto di non aver ricevuto, durante le audizioni, alcun documento riguardante la presenza di sostanze nocive nel sangue degli operai

Per questo lavoro, la commissione ha convocato a Roma il direttore di Arpa Piemonte, Angelo Robotto ad inizio 2020, e visitato l’impianto Solvay nell’ottobre dello stesso anno. Nella trasferta ad Alessandria, durante la presentazione dell’Asl locale non vengono però consegnati alla Commissione i dati degli esami del sangue degli operai, obbligatori per gli esposti alle sostanze chimiche sempre secondo la direttiva Seveso. Non sono nella disponibilità della Commissione parlamentare neppure gli altri studi condotti negli anni. Sentito da lavialibera il presidente Vignaroli ha spiegato che tra i documenti ricevuti durante le audizioni, nessuno riguardava la presenza di sostanze nocive nel sangue degli operai.

Nel sangue dei lavoratori

Stando ai documenti medici di un lavoratore, che lavialibera ha potuto visionare, nei primi anni di gestione Solvay, nel 2003, la media di Pfoa nel sangue di chi era esposto alla lavorazione poteva arrivare anche a 5mila microgrammi litro. Le analisi venivano effettuate da un laboratorio di Brema creato dalla Dupont in Europa, dove vengono spediti, dal 2004, anche i campioni della ditta Miteni che a Vicenza produce il Pfoa per Solvay.

Due medici si confrontano per oltre vent’anni nella lettura dei dati del sangue delle coorti Miteni e Solvay. Giovanni Costa, medico interno di Miteni e professore dell’università statale di Milano, che nel 2009 ha pubblicato un primo studio sull’incidenza del Pfoa nel colesterolo. E Dario Consonni, epidemiologo che visita più volte lo stabilimento di Trissino per coordinare la ricerca e che firma come terzo nome lo studio. 
I lavoratori Solvay, circa mille tra diretti e indotto su una popolazione di 7mila abitanti di Spinetta Marengo, annualmente vengono monitorati per alcuni Pfas. Secondo le nostre ricostruzioni, gli operai maggiormente esposti in passato venivano spostati di impianto, senza ricevere spiegazioni, fino al dimezzamento della presenza di Pfoa nel sangue. Attualmente, spiega Consonni a lavialibera “gli operai sono informati annualmente in occasione di un’assemblea in cui vengono illustrati sinteticamente i risultati del biomonitoraggio”.

Processo Pfas in Veneto: "La sostanza è nel sangue, abbiamo le prove"

Nel 2013 viene pubblicato uno studio, a firma di Dario Consonni e altri, che evidenzia il rischio di cancro del fegato per esposizione diretta al Pfoa (lavorato con il Tfe per ottenere il Pfte, il Teflon a marca Solvay). Lo studio comprende una percentuale di lavoratori spinettesi, ma i suoi risultati sono giudicati insufficienti dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), che parla di “evidenza inadeguata” dell’effetto cancerogeno del Tfe negli umani.
A dicembre 2018 Consonni riceve un finanziamento per cercare nello stesso contesto altre sostanze pericolose: Pfoa, cC6O4 e Adv, quest’ultima una miscela di composti Pfas che a Spinetta viene prodotto dal 1989, anno di brevetto firmato da Giuseppe Marchionni, sede Ausimont di Bollate. Lo studio è ancora in corso.

Dagli imballaggi agli alimenti

Analisi su campioni raccolti nel fiume Bormida a Spinetta nel 2013 hanno evidenziato un picco della miscela pericolosa Adv

L’Adv viene trovata dall’agenzia per l’ambiente americana (Epa) nel polo industriale di Solvay nel New Jersey nel 2020 e la sua presenza viene segnalata al IRSA - CNR di Brugherio. Sentita da lavialibera, Sara Valsecchi, ricercatrice del CNR che dal 2008 analizza le acque superficiali per trovare Pfas in Italia, conferma che analisi retrospettive su campioni raccolti nel fiume Bormida a Spinetta nel 2013 abbiano evidenziato un picco di Adv.
Ma la storia dell’Adv inizia ancora prima, perché già nel 2010 l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che ha sede a Parma, aveva ricevuto una richiesta da parte del Ministero della Salute e dello Sport olandese per capire se la sostanza potesse migrare dagli imballaggi dei cibi agli alimenti. Nella équipe Efsa che analizza la sostanza e la inserisce in una lista di sostanze attenzionate, ci sono alcuni nomi dell’Istituto Superiore Sanità. 
Nessuno però avvisa le autorità di monitoraggio ambientali territoriali che la sostanza è un perfluorurato e deve quindi sottostare all’autorizzazione ambientale. E neppure Solvay Solexis di Spinetta comunica agli enti territoriali la produzione di questa sostanza.  Sentita su questo e altri punti, Solvay ci ha risposto inviando la nota stampa divulgata il 21 gennaio 2022 a seguito della pubblicazione della relazione della Commissione parlamentare, che però non tratta il punto.

cC6O4, limiti assenti e privacy aziendale

Il documento della Commissione parlamentare ecoreati, del 2022, allega una relazione tecnica firmata dal consulente esterno Andrea Di Nisio, del dipartimento di Medicina dell’Università di Padova. In questa relazione viene confermata la presa di posizione dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) sul rischio cancerogeno per il Pfoa, anche se limitato nell’uomo rispetto all’animale per i pochi studi scientifici realizzati. 

Di Nisio, che da anni lavora con il professor Carlo Foresta sull’interferenza dei Pfas nel sistema endocrino, scrive che “i risultati mostrano che cC6O4 ha caratteristiche fisico-chimiche simili a quelle del PFOA in termini di mobilità e persistenza nei sistemi biologici”. Vengono inoltre sottolineati i limiti dei test sui ratti condotti da Solvay, perché “il ratto non rappresenta un modello appropriato per studiare gli effetti dei perfluoroalchilici, e quindi anche del C6O4, sullo sviluppo umano”. 
Nel 2011 la sostanza compare nel Registro per le sostanze europee (Reach), detenuta sia presso Miteni sia presso Solvay Solexis di Bollate. Per questa registrazione ufficiale Solvay deve depositare studi sulla tossicità e la persistenza ambientale.
Ilaria Colombo, che collabora nel 2013 con Dario Consonni allo studio sui lavoratori di Spinetta, presenta alla commissione parlamentare dei dati che dimostrerebbero come la sostanza non sia bioaccumulabile (la presenza prolungata nel corpo) come il Pfoa. 

A detta del direttore Solvay Andrea Diotto, questi studi non sono però mai stati consegnati alle istituzioni preposte alla tutela ambientale e sanitaria per motivi di privacy aziendale. In generale, si legge nel comunicato della proprietà dello stabilimento, che “Solvay sta procedendo verso il raggiungimento di tutti gli obiettivi concordati con gli Enti” e che “Solvay ha già investito oltre 36 milioni di euro e approvato finanziamenti per altri 30 milioni nei prossimi anni, applicando le migliori e innovative tecnologie disponibili per la rimozione delle contaminazioni del passato, dovute alle precedenti gestioni del sito. Solvay, a Spinetta Marengo come in ogni altra parte del mondo, è impegnata in prima linea per garantire la sicurezza e il miglioramento ambientale complessivo in atto attraverso l’applicazione delle tecnologie più innovative”.

Botta e risposta al processo

Il 3 febbraio nel corso di un’udienza del processo Miteni a Vicenza, Francesca Daprà, fino a dicembre 2020 a capo dei laboratori Arpa Veneto, ha confermato la difficoltà di reperire lo standard del cC6O4, ritrovato nel Po e nello scarico Miteni. Lo standard è il campione certificato della sostanza che le industrie devono fornire alle istituzioni statali per la realizzazione delle analisi ambientali.  

I difensori dei manager di Miteni sostengono che Arpa Veneto non sia stata in grado di monitorare queste sostanze, sottolineando l’impreparazione della teste. Daprà dal canto suo risponde: “Nel 2018 quando ci venne comunicato questo nuovo composto, né la Solvay né il laboratorio certificato che aveva il cC6O4 ci risposero. Abbiamo dovuto chiederlo a Miteni, a quei lavoratori che già nel 2010 lo avevano nel sangue e che era stato registrato a Bollate, dalla Solvay”. 

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