Migranti arrivati nella piazza della stazione di Trieste
Migranti arrivati nella piazza della stazione di Trieste

Elezioni 2022, Salvini e Meloni hanno torto: non esistono "falsi profughi"

L'etichetta "migranti economici" ignora la complessità dei motivi che spingono a lasciare il proprio Paese, nasconde una visione del mondo razzista e un'ipocrisia: senza lavoratori stranieri, il nostro sistema produttivo collasserebbe

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

21 settembre 2022

Fuggire da fame o povertà non è un diritto. I migranti economici non vengono riconosciuti dalle norme internazionali e ancor meno sono accettati dall’opinione pubblica. Contro il loro arrivo si scaglia, soprattutto in periodo pre elettorale (come la campagna per le elezioni politiche 2022), la propaganda di destra. "Falsi profughi", li ha definiti l’europarlamentare leghista Susanna Ceccardi, intervistata da Sky Tg24 lo scorso marzo, sostenendo la necessità di maggiori controlli alle frontiere ucraine per evitare che il Paese sotto attacco russo "diventi un viatico per tutti quelli che scappano dall’Africa". 

Veri e finti profughi: è solo propaganda

L’idea che "non possiamo accoglierli tutti" è stata fatta propria anche dal Partito democratico a guida renziana. "Non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro", era il testo di un post firmato da Matteo Renzi e pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale del Pd nel 2017. Una conclusione che ignora la complessità delle cause migratorie, nasconde una visione del mondo razzista e una grande ipocrisia: senza immigrazione economica, il nostro sistema produttivo collasserebbe. 

Elezioni politiche 2022, Salvini e Meloni hanno torto: non esistono falsi profughi. Ecco perché: 

Una partenza, mille motivi

“L’errore è voler ingabbiare le cause delle migrazioni in categorie giuridiche pensate oltre 50 anni fa, ormai inadeguate”

"Dietro una partenza, ci sono sempre mille motivi". Quando parla, Elaf (nome di fantasia, ndr) fissa le sue mani delicate, dalle dita sottili. Ha 26 anni ed è arrivato in Italia lo scorso gennaio dopo un viaggio durato 5 mesi: prima di raggiungere Torino ha fatto tappa in Iran, Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia. A ogni meta ha pagato un trafficante, per una spesa totale di circa settemila euro. La sua testimonianza dà molti spunti. Racconta di essere nato nel Bajaur, un distretto del Pakistan al confine con l’Afghanistan dove nei primi anni duemila gli scontri tra le forze di sicurezza governative e i talebani hanno causato l’esodo di 27mila famiglie nei territori vicini.

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Oggi le autorità non considerano più il distretto un fronte, ma chi è rimasto o è tornato a viverci, deve fare i conti con un alto tasso di disoccupazione e con i talebani che – dice Elaf – "continuano a essere presenti nella zona e a imporre il pizzo a tutti i commercianti, settimana dopo settimana. Chi non paga, viene prima minacciato e poi ucciso". Anche suo papà, proprietario di un negozio di vestiti, è stato costretto a pagare finché nel 2017 ha perso la vita in uno scontro a fuoco tra polizia e talebani. Dopo la sua morte, per Elaf, la madre e la sorella sopravvivere è diventato difficile. La situazione è peggiorata con il ritorno al potere dei fondamentalisti islamici in Afghanistan, nell’agosto del 2021. Partire in cerca di fortuna è sembrata all’unico uomo di casa la scelta più sensata. 

Per il segretario generale Onu, la guerra in Ucraina “sta potenziando una crisi tridimensionale con devastanti impatti su persone, Paesi ed economie più vulnerabili”

In Italia, Elaf ha presentato domanda d’asilo: è ancora in attesa di risposta e non è detto che la sua richiesta venga accettata. Nel 2021, la maggior parte dei richiedenti asilo nel nostro Paese aveva nazionalità pachistana: il 70 per cento ha ricevuto un diniego. "La difficoltà è far capire alla Commissione territoriale, cui spetta il compito di stabilire se il migrante ha diritto o meno all’asilo, o a qualche altra forma di protezione, che la motivazione economica è solo una delle tante che porta alla partenza", fa sapere lo staff di Liberitutti, cooperativa di Torino che accoglie le persone in attesa di protezione internazionale, aggiungendo: "Di solito questi migranti arrivano da Stati molto poveri in cui sono negati servizi fondamentali e diritti umani che spesso tanti di loro ignorano persino di avere". "L’errore è voler ingabbiare le ragioni che spingono le persone a lasciare il proprio Paese in categorie giuridiche pensate oltre 50 anni fa, ormai inadeguate – riflette Nazzarena Zorzella, avvocata esperta in diritto dell’immigrazione e dell’asilo –. Centinaia di studi condotti sul campo hanno raccolto le testimonianze dei migranti mostrando che ormai le cause non possono essere individuate in maniera netta e da tempo le distinzioni sono solo politiche e istituzionali". 

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