Foto di Kaur Kristjan, Unsplash
Foto di Kaur Kristjan, Unsplash

Costretti a truffare: i nuovi schiavi del cybercrime

Secondo l'Onu, centinaia di migliaia di persone nel sud-est asiatico sono adescate con l'inganno e costrette a lavorare in enormi "fabbriche di frodi". Ma non è un problema regionale: secondo l'Interpol, le reti criminali ormai reclutano e truffano anche in Europa

Paolo Valenti

Paolo ValentiRedattore lavialibera

5 settembre 2023

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Finti siti di scommesse, ragazze avvenenti che compaiono in chat in cerca di nuove relazioni, sedicenti trader che promettono guadagni certi investendo nelle criptomonete: le truffe online sono ormai parte della nostra quotidianità. Non immaginiamo, però, che chi tenta di fregarci possa essere a sua volta vittima di un inganno. Il 29 agosto, l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani ha rilasciato un rapporto che rivela come “centinaia di migliaia” di persone nel sudest asiatico sono costrette con la violenza a lavorare per reti criminali specializzate nelle frodi informatiche.

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Un disegno criminale sofisticato

Gli sfruttatori adescano le vittime sui social offrendo proposte di lavoro come programmatori, agenti di vendita, addetti alle risorse umane. Una volta arrivati a destinazione, i “neoassunti” scoprono una realtà ben diversa

“Nella maggior parte dei casi si tratta di vittime del traffico di esseri umani e migranti in situazione di vulnerabilità, che vengono sottoposti a una serie di rischi, violazioni dei diritti umani e abusi”, si legge nel rapporto. Il disegno criminale descritto è estremamente sofisticato: gli sfruttatori, basati tra Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Filippine, adescano le vittime sui social offrendo proposte di lavoro apparentemente affidabili come programmatori, agenti di vendita, addetti alle risorse umane. Una volta superata la fase di selezione, fatta di colloqui e test delle competenze, viene organizzato il trasporto verso il “luogo di lavoro”. Laddove è possibile il trasferimento legale, gli sfruttatori assistono le nuove reclute nelle procedure necessarie per ottenere i permessi, mentre li indirizzano verso i “facilitatori” nel caso di ingresso irregolare. Per molti si tratta di un viaggio lungo e rischioso: le vittime infatti non provengono solo dal sud-est asiatico, ma anche dall’Africa orientale (Etiopia, Kenia, Tanzania), Egitto, Turchia e addirittura Brasile.

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Schiavi delle fabbriche di frodi

Una volta arrivati a destinazione, i “neoassunti” scoprono una realtà ben diversa da quella promessa dagli annunci: il rapporto Onu parla di “complessi recintati e sorvegliati da guardie pesantemente armate”, in cui migliaia di lavoratori, soprattutto uomini ma anche donne e bambini, sono costretti a lavorare con turni estenuanti dietro a uno schermo, talvolta incatenati alle scrivanie, per realizzare le truffe. Tra le più comuni, quelle che indirizzano le vittime verso falsi siti di scommesse fittizi e false piattaforme di cripto-investimenti e il “pig-butchering”, ovvero le frodi a sfondo romantico, che gli operatori-schiavi portano avanti anche per mesi seguendo “copioni” appositamente predisposti dagli sfruttatori. Il tutto in condizioni di “accesso insufficiente a cibo, acqua potabile e cure mediche” e con la costante minaccia di “percosse, scariche elettriche, isolamento e violenza sessuale” se disobbediscono ai superiori o “non raggiungono gli obiettivi fissati”. 

Spesso ai lavoratori viene anche sequestrato il passaporto e il telefono e viene detto loro che potranno riacquistare la libertà soltanto dopo aver ripagato il "debito" accumulato nei confronti dei trafficanti, che comprende il costo del viaggio, vitto, alloggio e le eventuali sanzioni per il mancato raggiungimento degli obiettivi. Pratiche che il rapporto Onu non esita a definire “debt-bondage”, schiavitù del debito.

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"È impossibile quantificare precisamente l’entità del fenomeno: molte delle vittime non denunciano perché non si fidano delle autorità, temono ripercussioni o riescono a fuggire autonomamente"Pia Oberoi - autrice del rapporto

“Abbiamo iniziato a ricevere le prime segnalazioni nel 2021”, spiega a lavialibera Pia Oberoi, autrice del rapporto e consulente dell’ufficio di Bangkok dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani. “Da allora abbiamo parlato con centinaia di vittime dello sfruttamento, ma è impossibile quantificare precisamente l’entità del fenomeno. Ma abbiamo ragione di credere che sia più esteso di quanto immaginiamo: molte delle vittime non denunciano perché non si fidano delle autorità, temono ripercussioni o riescono a fuggire autonomamente”.

Secondo il rapporto, questo schema di sfruttamento ha visto un’importante crescita durante pandemia, che ha offerto alle reti criminali le condizioni ottimali: da una parte, con lo stop forzato alle attività economiche e la chiusura delle frontiere, tanti lavoratori, soprattutto giovani recentemente diplomati e con discrete competenze, si sono trovati senza un impiego e quindi meglio predisposti ad abboccare alle offerte ingannevoli dei trafficanti. Dall’altra, l’isolamento ha portato la popolazione mondiale a trascorrere molto più tempo online, compreso sui siti di gioco d’azzardo e d’incontri, terreno di caccia prediletto dei truffatori.

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Una questione (anche) politica

Hanno inoltre contribuito l’assenza di regolamentazioni chiare ed efficaci nei paesi asiatici maggiormente coinvolti, specie nelle zone economiche speciali che le reti criminali spesso scelgono come basi proprio per l’opacità normativa che vi regna, e l’elevato grado di corruzione. “Alcune personalità politiche sono sospettate di collusione con gli uomini d’affari dietro queste attività criminali – continua Oberoi –. La tratta e le truffe online, inoltre, fruttano miliardi di dollari, per cui chiudere un occhio diventa anche un imperativo economico”. Nel suo ultimo rapporto, l’Alleanza globale anti-truffe (Global anti-scam alliance, Gasa) ha stimato a 55,3 miliardi di dollari il giro d’affari legato alle frodi nel 2021, più del pil di Cambogia e Laos messi insieme.

Negli ultimi anni, il fenomeno ha assunto una posizione di rilievo nell’agenda politica regionale: lo scorso maggio, i capi di stato dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean) riuniti a Labuan Bajo, in Indonesia, hanno adottato la prima prima “Dichiarazione sulla lotta al traffico degli esseri umani causato dall’abuso della tecnologia". Il testo riconosce “il crescente abuso della tecnologia che facilita il traffico degli esseri umani nel sudest asiatico e su scala globale, proliferato attraverso i social media e altre piattaforme online” e impegna gli stati membri a rafforzare la cooperazione regionale per smantellare le reti criminali che lucrano sullo sfruttamento, prevenire il reclutamento delle vittime e assicurarne la protezione dopo la denuncia. 

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L’allarme Interpol: è una crisi globale

“Quella che è iniziata come una minaccia criminale a livello regionale è diventata una crisi globale. Praticamente chiunque nel mondo può cadere vittima della tratta di esseri umani o delle truffe online realizzate da questi hub criminali”Jürgen Stock - segretario generale Interpol

Ma non si tratta di un problema solo regionale. Lo scorso giugno, Interpol ha emanato un’allerta di livello arancione proprio sulle “frodi alimentate dal traffico di esseri umani”. “Quella che è iniziata come una minaccia criminale a livello regionale è diventata una crisi globale – ha dichiarato il segretario generale Jürgen Stock –. Praticamente chiunque nel mondo può cadere vittima della tratta di esseri umani o delle truffe online realizzate da questi hub criminali”. È sempre Interpol a certificare che, ormai, nella rete è finita anche l’Europa, sia come bacino di potenziali nuove reclute per lo sfruttamento, sia come bersaglio delle truffe.

“È necessario che i paesi coinvolti inzino a prendere sul serio l’implementazione degli strumenti legali previsti per questi casi, a partire dal Protocollo di Palermo contro il traffico degli esseri umani, e che lavorino sulla prevenzione, per esempio rafforzando i canali di migrazione regolare – conclude Oberoi –. Ma la loro parte devono farla anche le grandi società tech le cui piattaforme sono sfruttate per adescare le vittime. Bisogna investire di più e meglio sulla moderazione dei contenuti, soprattutto in Asia”.

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