Un agricoltore spruzza pesticidi su un albero da frutto (Aleksandar Littlewolf/Freepik)
Un agricoltore spruzza pesticidi su un albero da frutto (Aleksandar Littlewolf/Freepik)

Ue, così le lobby bloccano la legge contro l'export di pesticidi pericolosi

Le lobby dei pesticidi stanno bloccando la legge che vuole impedire le esportazioni verso Paesi terzi di sostanze chimiche proibite all'interno dell'Ue. Un giro d'affari milionario con conseguenze gravi su ambiente e salute, anche per noi. Un report svela cosa è successo

Natalie Sclippa

Natalie SclippaRedattrice lavialibera

22 maggio 2024

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C’era una volta il Green deal, che aveva l’obiettivo di rendere l’Unione europea un continente moderno, competitivo e soprattutto verde, facendo raggiungere al continente la neutralità climatica entro il 2050. Per percorrere questa strada, nel 2020 la Commissione aveva preso l’impegno affinché le sostanze chimiche pericolose già vietate in Ue non potessero essere esportate in Paesi terzi. Ma la favola non si è trasformata in realtà. La proposta di Bruxelles non ha ancora prodotto alcuna azione concreta: le lobby industriali hanno bloccato tutti i tentativi di bandire l’esportazione di sostanze pericolose che hanno effetti negativi sia sugli stati importatori – con 385 milioni di casi di avvelenamento acuto – sia nella stessa Unione europea, quando i cibi rientrano nel mercato unico. 

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Un effetto boomerang che però è stato declassato come effetto collaterale degli affari. Mentre la Commissione è ferma, anche in vista delle elezioni europee – con la presidente uscente Ursula von der Leyen che ha puntato la sua candidatura sulla competitività delle aziende, lasciando indietro la sostenibilità – il report “Deadly exported” del Corporate Europe Observatory pubblicato il 21 maggio ha  scoperto con quali argomenti le industrie hanno fermato il progetto, raccogliendo gli interventi alle consultazioni pubbliche e attraverso richieste di accesso civico.

 

Pesticidi che rientrano in Unione europea

Le lobby industriali hanno bloccato tutti i tentativi di bandire l’esportazione di sostanze pericolose, che hanno effetti negativi sia sugli stati importatori, con 385 milioni di casi di avvelenamento acuto, sia nella stessa Unione europea, quando i cibi rientrano nel mercato unico.

La legislazione europea ha messo al bando le sostanze definite pericolose. Si tratta molto spesso di erbicidi, fungicidi e insetticidi che possono interferire con il sistema endocrino e creare quello che in tossicologia è definito bioaccumulo, ossia la persistenza di sostanze inquinanti all’interno dell’organismo umano. Ma le multinazionali (tra cui Bayer, BASF e Syngenta) e paesi produttori come Stati Uniti e Canada si erano espressamente contrapposti a questa misura europea, specialmente rispetto ai livelli massimi di residuo, il limite massimo di pesticidi ammessi per legge all’interno o sulla superficie di alimenti. Secondo Croplife, infatti, questa legge avrebbe portato la rottura di alcuni traffici e aumentato i problemi legali tra gli Stati, portando a un innalzamento dei prezzi dei prodotti. 

Come sottolineato nel report, gli argomenti che le industrie portano per continuare a pesticidi sono sei: 

  • comporterebbe perdite economiche e di posti di lavoro;

  • i Paesi terzi si rifornirebbero da altri Stati;

  • danneggerebbe i produttori agricoli nei Paesi terzi;

  • non sarebbe compatibile con le regole del commercio internazionale regole del commercio internazionale stabilite dall'OMC;

  • un approccio globale è migliore di un divieto di esportazione legalmente vincolante;

  • aumenterebbe il rischio di utilizzo di pesticidi illegali e della loro contraffazione. 

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Chi sta bloccando il progetto

L’Unione europea vive in un paradossale doppio standard: all’interno del proprio territorio proibisce l’utilizzo di alcuni prodotti chimici, e, allo stesso tempo, li esporta in Paesi fuori dai propri confini

Si tratta di organizzazioni come Croplife, Cefic (l’associazione ombrello che raccoglie la lobby delle industrie chimiche europee), Euroseeds e Ecca (l’associazione del settore fitosanitario) che rappresentano gli interessi di industrie come Basf, Bayer, Corteva, Fmc, Sumitomo Chemical e Syngenta. A livello nazionale, invece, le associazioni più attive in questo senso sono Belplant (Belgio), Federchimica (Italia) e Anipla (Portogallo). Come riportato nello studio, sette grandi corporazioni (Bayer, ExxonMobil Petroleum e Chemical, Dow Europe, Basf, Cefic, Verband der Chemischen Industrie e Plastic Europe) hanno dichiarato di aver speso 33.5 milioni di euro per azioni di lobbying all’interno delle istituzioni europee, che salgono a 293 milioni di euro se si considerano gli ultimi dieci anni. 

L’Ue continua a produrre e vendere pesticidi pericolosi

L’Unione europea vive in un paradossale doppio standard: all’interno del proprio territorio proibisce l’utilizzo di alcuni prodotti chimici, e, allo stesso tempo, li esporta fuori dai propri confini. Solo nel 2018, più di 81mila tonnellate di pesticidi contenenti 41 sostanze pericolose verso Paesi per lo più a basso e medio reddito: l’Italia verso Cile e Vietnam, il Belgio verso Giappone, Ucraina, Honduras, Marocco e Cile, la Francia verso Argentina, Brasile e Stati Uniti, la Germania verso Vietnam, Perù e Sudafrica e la Spagna verso il Marocco. Le aziende si giustificano appellandosi al rispetto degli aspetti formali: regole e norme vigenti nelle aree di export non vietano quei prodotti, e ogni Stato estero ha la sovranità su ciò che deve mettere al bando, sullle sue necessità e condizioni agricole. 

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Nel 2020 qualcosa è cambiato. Su spinta del Green deal che chiedeva un impegno verso la sostenibilità dell’Unione europea, la Commissione ha comunicato al Parlamento europeo una diversa “strategia in materia di sostanze chimiche sostenibili. Verso un ambiente privo di sostanze tossiche”. All’interno del documento, uno dei punti fondamentali è la cooperazione con i Paesi terzi per la gestione delle esportazioni. In particolare, si fa riferimento a tre pilastri che l’Ue si impegnava, sulla carta, a portare avanti. Il primo riguarda la promozione della “corretta gestione delle sostanze chimiche attraverso la cooperazione e i partenariati internazionali, nei consessi bilaterali, regionali e multilaterali, anche attraverso la cooperazione con l'Africa, nonché la cooperazione con i paesi vicini e altri partner, per sostenerne la capacità di valutare e gestire le sostanze chimiche in modo corretto”. Il secondo riguarda l’adozione di “un comportamento esemplare, e, in linea con gli impegni assunti a livello internazionale, di garanzia che le sostanze chimiche pericolose vietate nell'Unione europea non siano prodotte per l'esportazione, modificando, se necessario, la legislazione in materia”. Infine, il terzo, la pomozione della “dovuta diligenza per la produzione e l'uso di sostanze chimiche nella prossima iniziativa sulla governance societaria sostenibile”. 

Ritardo dopo ritardo, all’inizio del 2024 associazioni e Ong hanno denunciato l’immobilismo attraverso una lettera aperta alla Commissione, senza ricevere risposta. Nessuna traccia nemmeno dei risultati della consultazione pubblica avviata nel maggio 2023, che avrebbero dovuto essere pubblicati lo scorso autunno

Tutto questo per “conciliare l’importanza che le sostanze chimiche rivestono per la società con la salute umana e i limiti del pianeta”. Un passo in avanti, che però non ha prodotto alcun effetto immediato, tanto da preoccupare 70 europarlamentari, che in una lettera a Von der Leyen del dicembre 2021, hanno definito la pratica dell’esportazione un “crimine”. Intanto, Croplife Europe, organizzazione europea che rappresenta il settore della protezione delle colture, aveva suggerito alla Commissione di condurre delle valutazioni di impatto prima di “di fare qualsiasi proposta”. Ritardo dopo ritardo, all’inizio del 2024 associazioni e Ong hanno denunciato l’immobilismo attraverso una lettera aperta alla Commissione, senza ricevere alcuna risposta. Nessuna traccia nemmeno dei risultati della consultazione pubblica avviata nel maggio 2023, che avrebbero dovuto essere pubblicati lo scorso autunno. 

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Secondo gli autori del report, una soluzione per portare avanti questa istanza c’è. “L’industria chimica – concludono – sa perfettamente che questo problema riguarda principalmente il mantenere le vecchie molecole sul mercato per sempre. Un divieto di esportazione da parte dell'Ue avrebbe impatti positivi per il resto del mondo, in termini di salute umana, protezione degli ecosistemi, promozione agricoltura sostenibile e di una regolamentazione più aggiornata in tutti i Paesi. Ma costerebbe piccoli aggiustamenti e minuscole perdite di profitto per le aziende che istintivamente combattono con le unghie e con i denti per tenersi stretti tutti gli affari”. Per sapere cosa accadrà, servirà aspettare le prossime elezioni europee e l’insediamento della prossima Commissione. Intanto continua l’esportazione dei pesticidi tossici in Paesi terzi, e il profitto di pochi ricade come un danno sul benessere di molti. 

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