Ungheria, dopo Orbán l'università ci riprova. Intervista a Zoltán Fleck

Péter Magyar e il partito Tisza hanno spodestato il leader dell'estrema destra, promettendo un modello basato sulla democrazia partecipativa. Tra i nodi da sciogliere l'indipendenza del mondo accademico, negli ultimi anni alla mercé del governo. Fleck, professore di diritto e sociologia alla Elte University di Budapest, spiega come gli atenei cercano di recuperare autonomia

Carlotta Bartolucci

Carlotta BartolucciGiornalista freelance e attivista

1 agosto 2026

Dopo sedici anni di governo illiberale a guida Viktor Orbán, alle elezioni ungheresi del 12 aprile 2026 Péter Magyar, con il suo neonato partito Tisza, ha ottenuto una vittoria schiacciante conquistando una maggioranza parlamentare dei due terzi. Pur essendo un politico conservatore di centrodestra, Magyar ha condotto una campagna elettorale filo-europea incentrata sul ripristino dello stato di diritto e della governance democratica.

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Il risultato ha segnato la fine di un’epoca ed è stato celebrato da decine di migliaia di cittadini, compresi alcuni esponenti del mondo accademico che sotto Orbán, a causa della conversione delle università in fondazioni pubbliche, aveva perso molta della sua indipendenza. Le fondazioni volute dall’ex presidente, e finanziate con denaro pubblico, dipendono da un Consiglio composto da persone nominate dal governo che decide su questioni economiche e amministrative, con una significativa riduzione del potere dei direttori e delle altre figure universitarie. Con questo sistema l’esecutivo di Orbán riusciva a manipolare i bilanci degli atenei secondo logiche politiche, penalizzando le università che si erano opposte alla trasformazione con pesanti tagli. Oggi il governo di Magyar ha annunciato che le università torneranno a essere pubbliche. Per capire cosa riserverà il futuro abbiamo parlato con Zoltán Fleck, professore di Diritto e sociologia alla Elte University di Budapest – uno degli atenei che hanno mantenuto la loro autonomia – nonché tra i più riconosciuti oppositori al regime di Orbán.

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In che modo con Orbán la conversione delle università in fondazioni ha influito sulla libertà d’insegnamento?

"Quando la disciplina dei diritti umani ha iniziato a essere considerata un 'tema d’opposizione', i professori delle fondazioni pubbliche hanno smesso di insegnarla per evitare problemi”

Le faccio un esempio: quando la disciplina dei diritti umani ha iniziato a essere considerata un “tema d’opposizione” e il suo insegnamento non è stato più gradito dai rettori, i professori delle fondazioni pubbliche hanno di loro spontanea volontà smesso di insegnare la materia per evitare problemi. Si è creato un clima di “conformismo imposto”. Noi docenti dell’Elte e i colleghi dell’Università di Arte ci siamo opposti, siamo stati criticati, ma non potevano licenziarci. Un’altra conseguenza è stata l’interruzione del programma Erasmus e della partecipazione ai progetti europei Horizon, che ha significato tagliare il mondo accademico ungherese fuori dalla cooperazione internazionale e dai finanziamenti per la ricerca.

Lei ha subìto ritorsioni personali?

Solo sul piano verbale, direi una sorta di “pressione morale”. Mi è stato detto che se avessi continuato a essere eccessivamente critico nei confronti del governo la mia università avrebbe subìto dei tagli. Quando si ricevono messaggi del genere si è costretti a valutare ogni conseguenza del proprio operato. La maggior parte dei miei colleghi è rimasta in silenzio, e se ti esponi da solo corri sempre un rischio maggiore. Inoltre, nel pieno del regime Orbán è stata stilata una lista di intellettuali critici, definiti “nemici del popolo”. Si è trattato solo di una lista e nulla più, ma è stato molto spiacevole essere considerato un nemico del mio paese.

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“Dopo quindici anni le persone si sono stancate. Hanno capito che l’essenza di Fidesz, il partito presieduto da Orbán, era una menzogna”

Il governo ha speso molto in propaganda contro l’Europa e i suoi leader, Soros e qualsiasi valore liberale, fino a riscrivere la realtà. Nelle periferie del Paese, le persone comuni che non avevano altre fonti di informazione se non la radio e la televisione di Stato, hanno accettato questo sistema di fake news come qualcosa di normale e non si sono ribellate. È stato detto loro che l’indipendenza dell’educazione era un valore liberale, e se i liberali sono il nemico allora l’indipendenza è contraria agli interessi dell’Ungheria. So che questa logica può sembrare irrazionale, ma ha funzionato. Tuttavia, dopo quindici anni le persone si sono stancate e si sono rese conto che la realtà è diversa. Hanno capito che l’essenza stessa di Fidesz (il partito di destra presieduto da Orbán, ndr) era una menzogna, anche perché ormai nel Paese non funzionava più nulla.

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Orbán è stato un leader forte. La sorprende che abbia accettato senza batter ciglio la sconfitta?

Il risultato alle urne ha distrutto ogni possibilità per Fidesz: non pensavano di perdere, dato che la corte costituzionale, il difensore civico, il procuratore generale, il presidente della corte e persino il presidente della Repubblica erano tutti vicini al partito. Credevano che anche in caso di sconfitta queste figure avrebbero comunque ripreso il controllo. Ma la vittoria schiacciante di Tisza ha annientato qualsiasi possibilità per Orbán di tornare al potere. Inoltre, Magyar ha attraversato il paese partecipando a circa 700 incontri, tra piccoli villaggi e grandi città, proponendo un mondo nuovo anche attraverso la sua presenza fisica. Le persone hanno visto in lui un’alternativa giovane e nuova a Orbán, ma comunque conservatrice, e hanno capito che non c’era motivo di avere paura.

Lei cosa si aspetta da Magyar? E qual è l’opinione generale nell’ambiente accademico?

La sua elezione è stata un evento rivoluzionario: sono piuttosto anziano ma non ho mai vissuto nulla di simile nella storia ungherese. Questo è straordinario per il mio popolo, ma anche politicamente pericoloso, perché non esiste un forte partito d’opposizione a Tisza, che quindi può fare qualsiasi cosa. Magyar ha chiesto alle persone di votare per ripristinare la democrazia e il legame con l’Unione europea. Ci sono già alcuni segnali: i ministri scelti sono progressisti, popolari ed esperti, non sono figure di partito. Stiamo inoltre assistendo a un riavvicinamento amichevole con l’Ue. Tuttavia, queste promesse sono state fatte a parole.

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L’indipendenza del mondo accademico è una precondizione per l’appartenenza all’Ue. In che modo il nuovo governo intende allinearsi per evitare procedure d’infrazione?

Prima della fine dell’estate, termine fissato dall’Ue, dovranno avvenire dei cambiamenti. Il sistema amministrativo unificato delle fondazioni pubbliche non è sufficientemente trasparente per gli standard europei, non a caso il governo ha già annunciato che le università torneranno a essere pubbliche. Inoltre, si vuole ampliare il processo decisionale accademico attraverso consultazioni che coinvolgano associazioni studentesche, professori, rettori, direttori e tutti gli altri. Ma, ripeto, per ora non ci sono leggi, solo promesse. È vero anche che se si vogliono sbloccare i fondi europei non c’è altra via.

Magyar sembra combinare princìpi e pragmatismo. È d’accordo?

“La democrazia partecipativa richiede molto tempo per produrre un cambiamento, mentre le questioni finanziarie sono estremamente urgenti”

Magyar propone una democrazia trasformativa, una logica completamente nuova. Ha promesso una forma di Stato fondata su una cittadinanza responsabile e coinvolta in processi democratici partecipativi, in Ungheria non è mai esistito nulla di simile. È stata anche istituita un’autorità incaricata di gestire questi processi partecipativi.

Viste le precarie condizioni finanziarie del Paese, c’è il rischio che questo processo di democrazia partecipativa incontri delle difficoltà?

Alle persone è stato chiesto di partecipare, ma i problemi quotidiani hanno la priorità. Perché dovrei occuparmi di valori, quando faccio fatica ad arrivare a fine mese? Questo tipo di democrazia richiede molto tempo per produrre un cambiamento, mentre le questioni finanziarie sono estremamente urgenti. Inoltre, se la democrazia partecipativa dovesse generare richieste non realizzabili per mancanza di risorse, il governo sarebbe costretto a dire di no, il che è quasi l’opposto della democrazia partecipativa. Mi auguro che i decisori europei comprendano quanto la situazione ungherese sia importante per il futuro dell’Europa: se il progetto di questa nuova democrazia avrà successo rappresenterà un esempio efficace di come ricostruire un paese dopo un periodo oscuro. Per l’Unione europea sarebbe una grande dimostrazione di forza.

Da lavialibera n° 40

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