
Lo smartphone ci isola e ruba la capacità di stare soli



25 agosto 2026
C’è sempre – da quando almeno io ne ho ricordo – una frase, uno slogan che ci accompagna lungo le vie tortuose della vita, che è da sempre considerata una sorta di regola aurea, un dogma morale di cui non si può fare a meno: tutto dipende da te. Vista superficialmente potrebbe sembrare una formula di emancipazione. In realtà, molto spesso, ci incatena dentro dinamiche più teoriche ed edulcorate, che reali.

Una premessa: le riflessioni che seguono nascono dal lavoro svolto nel mio saggio Apology of a Loser: Challenging the Myth of Self-Made Success, (IFF Books, London-Washington DC), che nasce proprio dalla volontà di osservare e descrivere il clima culturale che viviamo, proprio da questa prospettiva.
Per molto tempo abbiamo pensato che il contrario della rassegnazione fosse l’ambizione. Che l’unico modo serio di stare al mondo fosse puntare in alto, migliorarsi di continuo. In parole povere: non fermarsi mai. In apparenza è una visione energica, persino morale. In realtà, spesso, è solo una forma ben confezionata di gratuita durezza. Perché tra il rinunciare e il vivere come se ogni giorno fosse un esame esiste uno spazio intermedio che abbiamo quasi dimenticato. In quello spazio non si smette di impegnarsi. Si smette di trasformare ogni risultato in una sentenza morale di “vita o di morte”. Diciamolo con chiarezza: il problema non è l’idea dell’impegno in sé, quando l’isolarlo dal resto, come se fosse l’unica variabile della vita umana. Quando in realtà non lo è mai. Nessuno nasce sulla stessa linea di partenza. Non partiamo tutti con lo stesso capitale economico, relazionale e/o culturale. Non tutti tra noi hanno lo stesso margine di errore o protezione dalle cadute, la stessa libertà di “perdere” tempo o la possibilità di sbagliare senza pagarne un prezzo che per alcuni può essere enorme, ma non per altri. Eppure continuiamo a raccontare il successo come se fosse il prodotto quasi matematico di volontà, costanza e talento.
Imparare a fallire per diventare grandi
Mi è capitato di riflettere su questo tema anche attraverso un'esperienza personale. Anni fa, dopo aver pubblicato un piccolo saggio, chiesi consiglio a uno storico e scrittore affermato. Volevo sapere come promuovere il libro, come farlo arrivare ai lettori vista la sua esperienza in quello specifico settore. Mi rispose, con assoluta sincerità, che un testo ben scritto avrebbe trovato da solo la propria strada.
Non ho mai pensato che quella risposta fosse dettata da superficialità. Al contrario. Credo fosse l'espressione di una convinzione maturata proprio attraverso la sua esperienza. Ed è forse questo l'aspetto più interessante. Quando una persona raggiunge il successo, spesso tende a ricostruire retrospettivamente il proprio percorso come una conseguenza diretta della qualità del lavoro svolto. La qualità conta, naturalmente. Ma nel racconto retrospettivo finiscono spesso in secondo piano altri elementi: la visibilità, le relazioni, le occasioni e il contesto che permettono a un libro di essere letto anziché rimanere invisibile o quasi. Non si tratta di negare il merito, ma di riconoscere che il merito, da solo, raramente basta. Ma perché accade questo? Perché è una narrazione che rassicura. Se chi arriva ce l’ha fatta grazie al suo solo merito, allora il mondo resta leggibile. Se chi resta indietro è in qualche modo responsabile del proprio insuccesso, allora non siamo costretti a guardare troppo da vicino quelle differenze che determinano più o meno fortemente le nostre traiettorie individuali.
C’è un errore molto comune che in psicologia si chiama survivorship bias. Ma che cos’è? Semplificando potremmo dire che il bias del sopravvissuto ci fa guardare a quelli che emergono, a quelli che hanno “successo”, come modelli sui quali costruire la nostra idea di realtà, facendo della loro “eccezionale” esperienza, l’esperienza della normalità. In questo modo, invertendo l’ordine dei fattori, facciamo diventare l’eccezione, la regola.
E questo accade in tutti i campi della vita. Vediamo chi è arrivato e ci dimentichiamo di tutti quelli che hanno fatto un percorso simile, hanno avuto qualità e talenti simili e che tuttavia non sono emersi. Non perché fossero meno degni. Semplicemente perché la realtà non premia tutti allo stesso modo e, soprattutto, non mette tutti nelle stesse condizioni. Il risultato, quindi, è che i vincenti diventano non solo visibili, ma normativi. Ci dicono come si vive, come si decide, come si cade e come ci si rialza. Tutto il resto tende a sparire. I “perdenti” diventano sfondo. E invece sono proprio loro che dovremmo tornare a guardare. Perché una società che osserva solo chi emerge finisce per non capire più nemmeno chi emerge davvero. Mi sia permessa la metafora: è come guardare la punta di un iceberg e pensare che l’iceberg coincida con quella sola parte visibile. Senza la massa sommersa, però, la punta non starebbe nemmeno in piedi. Allo stesso modo, senza la moltitudine di vite che restano fuori dal racconto pubblico, senza i molti che non arrivano, senza chi resta invisibile, non esisterebbe nemmeno il mito del vincente.
La società della performance che non sa più sognare
Del resto, anche la ricerca sociologica suggerisce prudenza prima di attribuire il successo esclusivamente al merito individuale. Un esempio significativo è rappresentato dal celebre esperimento MusicLab, che qui riassumo per sommi capi. Più di quattordicimila persone ascoltarono le stesse canzoni di artisti sconosciuti, ma divise in ambienti virtuali differenti. Nei gruppi in cui gli utenti potevano vedere le preferenze degli altri, piccoli vantaggi iniziali finirono per produrre classifiche completamente diverse. Ancora più interessante fu la seconda fase dell'esperimento: alterando artificialmente le classifiche iniziali, i ricercatori osservarono che le canzoni presentate come popolari tendevano realmente a diventarlo. Il successo, dunque, non si limitava a segnalare il valore di un'opera, ma contribuiva esso stesso a costruirne la percezione sociale. Per questo amo dire, con una frase volutamente provocatoria, che in una certa misura è il successo a formare il talento più che viceversa.
Questo tipo di narrazione non si presenta quasi mai come disfunzionale. Anzi. Ha spesso un tono positivo, motivazionale, apparentemente incoraggiante. “Credi in te stesso”, “non mollare”, “se vuoi, puoi”. È proprio questa la sua forza: la capacità di travestire una pressione sistemica da incoraggiamento individuale. Ma cosa accade quando una persona non ce la fa? Cosa accade quando il lavoro non basta, quando il talento non viene riconosciuto, quando il tempo si consuma in occupazioni necessarie ma non spendibili, quando la vita chiede di sopravvivere prima ancora che di riuscire? Accade che il fallimento viene interiorizzato come colpa. Non come esperienza del limite all’interno di un principio di realtà. E allora forse una delle idee più liberatorie che possiamo restituire alle persone non è che possono fare tutto. Ma che non tutto dipende da loro.
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Forse il punto è proprio questo. Abbiamo scambiato troppo spesso il vivere con – come si dice adesso – il performare. Abbiamo finito per leggere la vita come una sequenza di verifiche: risultati, traguardi, obiettivi, riconoscimenti. Anche il tempo, sempre più spesso, non viene più percepito come spazio di maturazione, ma come qualcosa da ottimizzare, da monetizzare, da non sprecare (notissimo il detto: “Il tempo è denaro”). In un contesto simile, fallire non significa più semplicemente inciampare. Significa perdere valore. Ed è qui che il meccanismo diventa davvero tossico, soprattutto per i più giovani. Perché si cresce credendo che ogni passo falso sia già una prova d’inadeguatezza, di valore intrinseco. Ma una società che non sa più distinguere tra il valore di una persona e il suo rendimento è una società che impoverisce tutti. Anche chi vince.
Olimpiadi: la rivincita dei quarti posti
Forse, quindi, la domanda da cui ripartire è più semplice di quanto sembri: davvero vogliamo continuare a trasformare ogni attimo, ogni azione delle nostre vite in competizioni più o meno dichiarate? Perché una cultura che fa questo produce, prima ancora che eccellenze, ansia, colpa, esclusione. Produce persone che si leggono come fallite non perché non abbiano vissuto, pensato, amato, resistito, ma perché non sono riuscite a convertire tutto questo in un risultato riconoscibile e riconosciuto socialmente. Rimettere al centro questa evidenza non significa difendere la mediocrità. Significa difendere l’umano. Significa ricordare che il compito di una società non è soltanto selezionare i migliori, ma costruire condizioni in cui il valore delle persone non dipenda unicamente dalla loro posizione in classifica. C’è una differenza profonda tra educare all’impegno ed educare alla vittoria. E forse, in un tempo che ci chiede continuamente di dimostrare qualcosa, la vera urgenza è proprio questa: imparare a restare umani senza sentirci per questo in difetto.
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