Daniele Mencarelli. Credits: Claudio Sforza
Daniele Mencarelli. Credits: Claudio Sforza

Daniele Mencarelli: "In un mondo senza delicatezza, sedotto dal perdermi"

Le malattie mentali, i luoghi di cura, l'alcol, gli stupefacenti, la giustizia sociale, Dio, il senso di essere al mondo. Intervista a Daniele Mencarelli, autore di Tutto chiede salvezza, in uscita con il nuovo romanzo Fame d'aria (Mondadori) il 17 gennaio

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

10 gennaio 2023

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Non l’ha ancora confessato a nessuno, ma l’idea di perdersi, dimenticare tutto e da tutti essere dimenticato, è tornata a sedurlo. Ovvio, salvezza è ancora la strada che spera, la sola altra possibile. Daniele Mencarelli, scrittore, poeta e sceneggiatore, è l’autore del romanzo Tutto chiede salvezza, fonte di un’omonima serie Netflix, molto pop, ma prima ancora ne è il protagonista. Da ragazzo ha vissuto il trattamento sanitario obbligatorio in un reparto psichiatrico, ha abusato di droghe e alcol. L’ha fatto, dice, per rendersi più sopportabile a sé stesso, per raggiungere quell’ottundimento che adesso, che ha una vita tranquilla, di nuovo, lo attrae. Spiega: «Uno scrittore, amico fraterno, mi ha detto che i danni veri un uomo li fa quando è tranquillo. Ho subito pensato fosse una grande verità. Eravamo in riva al mare d’inverno ed è stata una delle più belle chiacchierate della mia vita».

Uno scrittore, amico fraterno, mi ha detto che i danni veri un uomo li fa quando è tranquillo. Ho subito pensato fosse una grande verità

In molti definirebbero, e hanno definito, Mencarelli un poeta sensibile. Lui si arrabbia. Se potesse esprimere un desiderio sarebbe di interdire per sempre dal mondo il concetto di sensibilità. L’ha anche scritto in La casa degli sguardi chiedendo si parli semmai di fragilità, «di esseri nati con un basso numero di anticorpi a ogni bene e male del mondo», «che inchiodi con poco e basta un fiore per bucargli la pelle». Tra gli altri, lui. Tutto di quest’uomo minuto, che si muove negli spazi fisici e mentali con delicata attenzione, come fosse circondato da cristalli, appare fragile; quindi, delicato: lo sguardo soprattutto, bellissimo. Senza delicatezza non sarebbe riuscito, come ha fatto, a raccontare la sofferenza mentale né a descrivere l’umanità dolente che incontra nel suo viaggio in autostop in Sempre tornare, evitando una stucchevole pornografia del dolore.

E senza delicatezza non esisterebbe neppure l’ultimo romanzo, Fame d’aria, in uscita il 17 gennaio per Mondadori. Il primo non autobiografico, anche se col suo vissuto, che funziona come una sorta di imprinting emotivo, c’entra sempre. I protagonisti sono un padre e un figlio autistico. Si parla dei costi proibitivi delle cure, della povertà di un impiegato a tempo indeterminato, e dell’impossibilità, senza soldi, di concedersi una tregua dalla malattia. L’ultima immagine è di due corpi sull’asfalto, lavati dalla pioggia, stretti come fosse uno. Anche stavolta Mencarelli scrive senza fare sconti, senza essere cinico né patetico, ma delicato.

Per Basaglia veglia, vicinanza, ascolto, e accoglienza dei pazienti dovevano essere costanti e tali da impedire le acuzie, i momenti critici. Questa per me è delicatezza. Purtroppo è rimasta un desiderio

Che le fa venire in mente la parola delicatezza?
L’idea di cura della malattie mentali che aveva Franco Basaglia. Per lui veglia, vicinanza, ascolto, e accoglienza dei pazienti dovevano essere costanti e tali da impedire le acuzie, i momenti critici. Questa per me è delicatezza. Purtroppo la visione basagliana è rimasta solo un desiderio, nella nostra società di delicatezza ce n’è poca, paradossalmente proprio a partire dai luoghi che sono destinati alla cura e alla redenzione. I reparti psichiatrici, ma anche le carceri e gli ospedali. Il periodo del Covid è forse stato il più indelicato nella storia recente della sanità mondiale, a chi stava morendo non è stato concesso nemmeno il conforto di un familiare. Scindere la cura da un rapporto umano, finanche minimo, è stato ed è disumano

Nella nostra società di delicatezza ce n’è poca, paradossalmente proprio a partire dai luoghi che sono destinati alla cura e alla redenzione. I reparti psichiatrici, ma anche le carceri e gli ospedali

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Perché le malattie mentali fanno così paura e l’istintiva reazione verso chi soffre di disturbi psichiatrici è l’irrisione? 
Folle è chi non sta alle regole, chi trasgredisce. C’è però una forma di follia che attrae e un’altra incompatibile ai sistemi di potere, che non sta dentro i meccanismi di produzione e quindi fa paura, va esiliata e respinta. L’irrisione è una sorta di meccanismo di rimozione e autotutela. La mette in pratica chi spesso non riconosce le malattie mentali in sé stesso, vivendole in modo drammatico. È più facile etichettare comportamenti in apparenza anomali che acquisire consapevolezza. Lo definisco sommerso patologico e mi fa molta più paura di ciò che è esplicito, di chi è in cura da uno psichiatra o uno psicoterapeuta. È anche vero che oggi il solco della normalità è sempre più stretto e profondo. Mi sembra ci sia stata una trasformazione antropologica: ormai quando nasce un bambino non si tende più a individuarne il punto di forza ma l’elemento di debolezza. 

C’è una forma di follia che attrae e un’altra incompatibile ai sistemi di potere, che non sta dentro i meccanismi di produzione e quindi fa paura, va esiliata e respinta. L’irrisione è un meccanismo di rimozione e autotutela

Che serve per superare il tabù?
Accogliere l’umano con tutta la forza che ci è concessa. Solo l’incontro mi ha permesso di riconoscere come fratelli gli altri ricoverati del reparto psichiatrico in cui sono stato trattenuto per un trattamento sanitario obbligatorio. E l’incontro non sarebbe stato possibile se non avessi allentato la presa sulle mie convinzioni, sconfiggendo i timori. La convivenza autentica non può essere fondata sulla paura, sarebbe un ossimoro, richiede di arrivare alla bellezza che non conosce disfacimento, nucleo primo e inviolabile. 

Ha mai rivisto le persone ricoverate con lei nel reparto psichiatrico? 
Nessuno lo indovinerebbe mai, ma il ragazzo catatonico. Si è ripreso. L’ho rivisto in tutto tre volte, per caso, e sempre allo stesso posto, la fermata di un autobus. Ho subito riconosciuto un volto familiare, ma all’inizio non collegavo, continuavo a chiedermi dove l’avessi già conosciuto: se ci avessi giocato a pallone, se fosse stato un compagno di scuola, o di droghe. Poi ho avuto un flash. I suoi occhi sono rimasti quelli di allora, cristallizzati nel vuoto. Occhi che ho rivisto spesso in malati mentali di una certa gravità. Ogni volta mi colpiscono, come se ne percepissi tutto il dolore. Non ho avuto il coraggio di fermarmi per salutarlo. 

Le ingiustizie sociali sono centrali anche nel mio nuovo romanzo. Non sono credente, aspiro a esserlo, ma faccio mie le parole di don Diana: Dio, non voglio sapere se esisti, ma da che parte stai

In che consiste la salvezza che chiede? 
La mia salvezza la definirei prima di tutto laica, che parte dal qui e ora. Potrebbe essere interpretata come giustizia sociale, o lotta alle disuguaglianze. Trovo inaccettabile che per i bambini al di sotto dei cinque anni una delle principali cause di morte sia ancora la dissenteria. 

Sembra soffrire molto le ingiustizie.
Sono centrali anche nel mio nuovo romanzo, che affronta non solo il tema della disabilità e del rapporto tra padre e figlio, ma anche dell’impatto che le disuguaglianze economiche hanno nell’accesso alle cure. La famiglia di Pietro, genitore di un ragazzo che soffre di autismo, è una famiglia abbandonata dallo Stato. Paradossalmente, le ingiustizie fanno acquisire alla mia idea di salvezza una dimensione spirituale. Mi sembra di vederne così tante che a un certo punto neanche la giustizia sociale mi basta più. La salvezza di cui parlo vorrebbe risolvere tutti i mali che abbiamo causato nel mondo e poi elevarsi, andare oltre, diventare salvezza dal mondo. Non sono credente, aspiro a esserlo, ma faccio mie le parole che don Peppe Diana disse prima di essere ucciso dalla mafia: Dio, non voglio sapere se esisti, ma da che parte stai. 

L’ultima ingiustizia che ricorda? 
La mia memoria funziona per immagini e in questo momento mi sembra di avere davanti un giovane camorrista che ho incontrato nel carcere di massima sicurezza di Reggio Calabria a maggio. Ricordo che era bellissimo. Stavo facendo un discorso quando mi ha interrotto dicendo che se non fosse cambiata la legge sull’ergastolo ostativo lui sarebbe rimasto in cella per sempre, allora tanto valeva ammazzarlo. Mi chiedo spesso se quel ragazzo nella vita abbia mai potuto scegliere davvero.

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Crede nel perdono? 
Perdono è una parola difficile anche solo da pronunciare, perché enorme. È una delle due grandi lezioni del Vangelo che se messe in pratica cambierebbero il mondo in pochi mesi. L’altra ci insegna a giudicare noi stessi, e non gli altri, quindi a perdonare.

Da ragazzo lei ha abusato di droghe e alcol. Che cosa l’ha spinta?
Ancora oggi, ogni giorno, raggiungo un livello di conflitto interiore tale da dire: basta Daniele, non ti reggo più. Per una fase della vita droghe e alcol non sono state altro che una sorta di auto medicamento per rendermi più sopportabile a me stesso e meno faticoso l’atto della vita. Ho assunto ogni tipo di sostanza, tranne l’eroina e penso sia stata la mia più grande botta di culo. Credo sia impossibile che l’uomo possa fare a meno di una qualche forma di additivo per vivere. Riflettendoci, la nostra stessa società non esisterebbe senza alcol, sostanza culturalmente accettata che fa parte della nostra tradizione sacra: persino nelle antiche scritture si parla di bevande fermentate. E senza alcol tanti pranzi di famiglia sarebbero finiti, come si dice a Roma, a coltellate. Questa è la verità. Il problema è che in Italia siamo indietro sull’educazione al consumo di alcol, come di tutti gli stupefacenti. Ricordo che ai rave a cui andavo nel nord Europa già trent’anni fa si potevano trovare camper dove far analizzare le droghe prima di prenderle, qui i rave si vietano. 

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Possibile un uso di sostanze che non diventi problematico?
Sarei disonesto se non ammettessi che, soprattutto nel mondo che frequento, del cinema e della letteratura, esistono persone che riescono a mantenere l’utilizzo di sostanze in una sfera ricreativa. Ma si tratta di una percentuale bassa, di adulti che hanno adeguate risorse economiche e cognitive. 

Una questione di classe, quindi?
Sì. Ecco perché sarebbe importante l’educazione e fornire a tutti gli strumenti necessari per un uso consapevole. 

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Un dato: tra le sostanze più usate tra i 15 e i 19 anni ci sono gli psicofarmaci. Che ne pensa?
I ragazzi hanno ormai capito che tra una canna e il prozac non ci sia poi molta differenza. Ma temo che una parte di loro prenda psicofarmaci non tanto per sballarsi, quanto per paura di essere malata. Oggi chi si fa delle domande è bollato quasi in automatico come iperansioso e depresso. Questa nevrotizzazione della società mi sembra conseguente a una progressiva incapacità di affrontare i grandi temi dell’esistenza. Viviamo in un mondo tanatofobico, che non vuol sentir parlare della morte, della malattia, del dolore. E i malati mentali non solo ne parlano, non riescono a non parlarne. Eppure, la vita, la morte, l’esistenza di Dio, il tempo, sono i concetti intorno a cui ruotano gli interrogativi che accompagnano l’uomo da sempre. Li troviamo alla base di tutte le arti, come la letteratura, la poesia, la musica. A un ragazzo, chiuso nella propria stanza, che si sente anomalo, direi: stai solo facendo ciò che si è sempre fatto. Prima ancora dell’educazione a un uso consapevole delle sostanze, dovrebbe esserci un’educazione all’esistente: all’intera natura umana, quindi ai suoi limiti.

Viviamo in un mondo tanatofobico, che non vuol sentir parlare della morte, della malattia, del dolore. Dovrebbe esserci un’educazione all’esistente: all’intera natura umana, quindi ai suoi limiti

Lei ha anche criticato la tendenza a prescrivere psicofarmaci con disinvoltura. 
La farmacologia serve, le malattie mentali esistono, e negarlo sarebbe negare tutto ciò che ho visto e vissuto. Ma una medicina che riduce tutto a una diagnosi, a un approccio biochimico, e non tiene conto dell’uomo a 360 gradi rischia di diventare il nostro carnefice. Una prospettiva non così distopica.

Il senso di ognuno di noi sta nel mettersi a disposizione dell’altro. Mi piacerebbe poter dire: ho fatto tutto quel che ho potuto. Esserci stato come intellettuale, scrittore, ma prima di tutto come uomo 

In tutti suoi libri, compreso quello in uscita, lei si chiede spesso che senso abbia tutto se, per citarla, «semo tutti equilibristi, che da un momento a un altro uno smette de respira’ e l’infilano dentro ’na bara, come niente fosse». Un po’ di senso l’ha trovato? 
Continuo a essere un cercatore affamato, lo dico senza esagerazione. Ma a livello personale credo che il senso di ognuno di noi stia nel mettersi a disposizione dell’altro. Una disponibilità che deve essere vera, autentica, anche fisica. Negli ultimi cinque anni non ho mai rifiutato un incontro, facendo su e giù per l’Italia. Come un personaggio dell’ultimo romanzo, mi piacerebbe poter dire: ho fatto tutto quello che ho potuto. Esserci stato come intellettuale, come scrittore, ma prima di tutto come uomo.

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