Impianto sequestrato di Cutro.
Impianto sequestrato di Cutro.

'Ndrangheta green, gli interessi della famiglie nel business delle biomasse

Centrali a biomasse che bruciavano anche sabbia, palme, foglie d'olivo, terra, copertoni, plastica e la spartizione di appalti forestali sulla Sila. I nuovi affari "verdi" della 'ndrangheta calabrese

Francesco Donnici

Francesco DonniciGiornalista

13 febbraio 2023

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Trecentomila euro al mese: è la stima dei guadagni che il boss di Cutro (Kr) Nicolino Grande Aracri, con un “conteggio preciso e meticoloso”, faceva – intercettato – insieme ad alcuni presunti sodali per la vendita del cippato (legno di scarto anche derivato dalle potature, sminuzzato e usato come materiale da combustione, ndr). La conferma dell’interesse delle ‘ndrine per il commercio del combustibile utilizzato dalle centrali a biomasse arriva agli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro da un’intercettazione ambientale del 21 settembre 2012, carpita dalle microspie piazzate nella “tavernetta” del boss di Cutro. “Ogni nave (presumibilmente carica di cippato, ndr), pure che ne facciamo arrivare due al mese, prendiamo trecento mila euro!”, si sente dire dalla voce di Grande Aracri.

L'inchiesta Farmabusiness dimostra che la 'ndrangheta di Cutro è stata in grado di adeguarsi alle nuove tendenze green

Le parole sono contenute negli atti dell’inchiesta Farmabusiness del novembre 2020, avente a oggetto alcuni dei principali traffici di quella che è definita come “la più potente organizzazione criminale della fascia tirrenica settentrionale della Calabria”, ossia la ‘ndrangheta di Cutro, “esempio paradigmatico" di come la criminalità organizzata calabrese abbia saputo stare al passo coi tempi, investendo in settori considerati green.

Il piano di Nicolino Grande Aracri di organizzare un import-export di biocombustibile, come vedremo mischiato con rifiuti sull’asse Italia-Russia, si intreccia con il sequestro dell’impianto di Cutro (Kr) dello scorso ottobre e si inserisce nelle inchieste che partono dall’“affare dei boschi” per la spartizione dell’altopiano silano tra le cosche di Crotone e Cosenza. La storia inizia diversi anni prima sulle montagne della Sila, luogo di latitanza dei boss e nuovo Eldorado di alcune tra le più potenti famiglie mafiose, risalite dalla costa fino all’altopiano.

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L’affare di Grande Aracri sull’asse Italia-Russia

L’abitazione del boss di Cutro è luogo deputato ai summit in cui sono definite strategie comuni con le altre cosche. Qualche mese dopo la conversazione intercettata nella “tavernetta”, si passa dalle parole ai fatti. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l'11 gennaio 2013 ha luogo un nuovo incontro al quale, con soggetti ritenuti vicini ai Grande Aracri, siedono anche imprenditori provenienti dalla Russia. Si discute della possibilità di creare due società (una in ciascun paese) “in grado di curare l’import-export via mare del cippato” oltre che di determinarne i prezzi di acquisto e vendita e sfruttare un sistema di false fatturazioni per “trasferire capitali illeciti all’estero” facendoli rientrare in Italia solo una volta “ripuliti”. 

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Biomasse, un affare di “famiglia”

A occuparsi del commercio del biocombustibile sarebbero state le imprese di Salvatore Grande Aracri, figlio di Antonio (fratello del boss Nicolino) ritenuto “vertice della consorteria ed affiliato” e di Giuseppe Ciampà, figlio della sorella Bettina, ritenuto “associato alla consorteria” col compito di determinare i prezzi di acquisto e vendita così da controllare il mercato. Entrambi condannati nel primo grado di Farmabusiness.

I quantitativi di cippato forniti dalle aziende alle centrali a biomasse del Crotonese sono spesso “superati abusivamente”

A rivelare questi ulteriori particolari è stato il collaboratore di giustizia Giuseppe Liperoti, cognato di Salvatore Grande Aracri. Durante un interrogatorio del febbraio 2019 ha fornito agli inquirenti una ricostruzione del sistema, specificando che i quantitativi di cippato forniti dalle aziende alle centrali a biomasse del Crotonese sono spesso “superati abusivamente”. Il collaboratore ha detto che al sistema partecipa un lungo elenco di imprese “tutte collegate ai mesorachesi, ossia alla “locale” di Mesoraca, centro dell’entroterra Crotonese, di cui reggente sarebbe Mario Donato Ferrazzo detto “Topolino”. 

Il collaboratore definisce il cognato “il trasportatore dal porto alle biomasse (inteso come centrali a biomassa, ndr) per conto della cosca” anche se a controllare i trasporti sarebbe proprio Ferrazzo: “Via terra, in quanto monopolizza il trasporto con le imprese di Carmine Serravalle e quella di famiglia; via mare in quanto i mesorachesi controllano e pattuiscono con i responsabili del porto di Crotone le modalità di scarico delle navi che portano il cippato”.

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“Biocombustibile mischiato con terra, copertoni e plastica”

L’alterazione sta invece nel fatto che il biocombustibile trasportato dalle aziende “non era vergine”. “Nel senso che – spiega Liperoti – quello che viene portato in biomassa, specialmente quella di Cutro, non è legno vergine, ma è mischiato con sabbia, palme, foglie d’olivo, ossia residui vegetali non consentiti”, ma anche “terra, copertoni, plastica” che avevano costretto più volte alla sostituzione delle turbine dell’impianto cutrese allora gestito dal gruppo Marcegallia, per via dei danni provocati dai materiali non consentiti.
L’attenzione riservata dagli inquirenti alle imprese di Salvatore Grande Aracri aveva portato il gruppo a servirsi di altre imprese “più accreditate” come quelle di Carmine Serravalle, imprenditore locale che nel 2015 acquista l’impianto di Cutro.

Il biocombustibile trasportato dalle aziende “non era vergine”, ma mischiato con sabbia, palme, foglie d'olivo, terra, copertoni e plastica

Lo scorso 3 ottobre il suo nome è finito tra quelli delle 31 persone arrestate durante il blitz coordinato dalla procura del capoluogo calabrese contro la “locale” di Mesoraca. Nella stessa operazione sono state coinvolte in tutto 12 imprese (per un valore complessivo di 16 milioni di euro) tra cui la Serra Valle Energy, nome attualmente associato alla centrale a biomasse. Più volte, sottolinea nel verbale del 2019 Liperoti, “ho avuto la percezione diretta di come dietro i Serravalle della biomasse di Cutro vi fosse ‘Topolino’”.

Un business conveniente per tutti

Nell’ipotesi avanzata dagli inquirenti, i soggetti coinvolti nel business operavano “in sostanziale regime di monopolio, al fine di perpetrare in maniera sistematica operazioni di taglio boschivo non autorizzate e comunque pericolose per l’ambiente conferendo quindi un prodotto non tracciabile e/o di qualità non in linea con gli standard di legge e pertanto da considerarsi a tutti gli effetti un rifiuto”, ha spiegato il procuratore Nicola Gratteri durante la conferenza stampa successiva all’operazione. Viene specificato inoltre che il sistema illecito era oliato dal contributo di operatori e funzionari delle centrali a biomassa, chiamati a controllare qualità e regolarità del prodotto conferito nella connivenza generale. Di fatti, aggiungono gli inquirenti, l’alterazione di questo controllo qualità conveniva a tutti: non solo alle imprese collegate alle cosche che percepivano un illecito profitto grazie al funzionamento del sistema, ma anche alle società di gestione delle centrali a biomasse, che “indebitamente percepivano dal Gse incentivi maggiorati e basati su conferimenti di prodotto legnoso effettuati in difformità della normativa vigente del settore”.

L’operazione Stige e l’“affare dei boschi”

Alcuni di questi aspetti erano venuti alla luce già con l’operazione Stige, che nei primi giorni del 2018 vide l’applicazione di 169 misure cautelari nei confronti di altrettanti indagati.
La sentenza di primo grado nel rito ordinario (conclusosi con 24 assoluzioni e 54 condanne per un ammontare complessivo di oltre sei secoli di carcere) è stata pronunciata dal tribunale collegiale di Crotone a febbraio 2021.
Al centro sono narrati gli affari della cosca Farao-Marincola, “locale” di Cirò e Cirò Marina (Kr)– la cui operatività era stata riconosciuta con sentenza irrevocabile nel 2012 – ricaduta sotto la primazia di Nicolino Grande Aracri quando, nell’anno 2011, sarebbe divenuto capo della “Provincia” (nell’area di ‘ndrangheta mediana-settentrionale) rilevando il ruolo che fino ad allora era stato proprio del boss cirotano Cataldo Marincola. A detta dei giudici, le cosche si sarebbero federate all’interno di “un cartello unitario” con una serie di interessi economici tra cui l’“affare dei boschi” consistente negli accordi intercorsi tra le consorterie crotonesi e quelle cosentine (in particolare i “Lanzino”), per la spartizione degli appalti forestali pubblici e privati della Sila. Gli accordi si reggono su un sistema diffuso per il controllo degli appalti della zona che rimanda alla figura di Vincenzo Santoro detto “il monaco” che, nelle parole della sentenza del rito abbreviato, insieme ad alcuni influenti imprenditori del territorio, su tutti i fratelli Spadafora di San Giovanni in Fiore, “gestiva il controllo economico dei lavori privati e pubblici forestali nell’entroterra” a cavallo tra le due province. 

A detta dei giudici, le cosche si sarebbero federate all’interno di “un cartello unitario” con una serie di interessi economici tra cui l’affare dei boschi, consistente negli accordi intercorsi tra le consorterie crotonesi e quelle cosentine

Noto allevatore della zona, Santoro impara a conoscere bene la Sila durante il periodo della transumanza. Tra le insenature più nascoste dell’altopiano aiuta i consociati durante gli spostamenti, da un rifugio all’altro, dei boss latitanti Cataldo Marincola e Silvio Farao. Un’attività che gli farà guadagnare il ruolo di referente della cosca per l’altopiano silano col compito di controllare il settore degli appalti boschivi. La condanna di Santoro, in primo grado (abbreviato) ammonta a 17 anni e 8 mesi di reclusione (divenuti 16 e 11 mesi in Appello). I giudici si servono in questo caso delle parole di un altro collaboratore di giustizia, Francesco Oliverio, ex capo della “locale” di Belvedere Spinello, secondo cui “Cataldo Marincola, almeno sin dal 2007, aveva delegato Santoro al controllo mafioso delle aste boschive dei territori ricadenti sull’altopiano silano”, aggiungendo: “Questo sistema di controllo delle ditte boschive poteva contare sulla collusione di una serie di Guardie Forestali” e non solo. L’interesse dei “Marincola” a “mettere ordine nel settore delle aste boschive” era legato alla nuova prospettiva di “lucrare elevati profitti dalla vendita sia di legname da ardere sia del cippato da biomassa”.

Il ruolo dei fratelli Spadafora

“Questo sistema di controllo delle ditte boschive poteva contare sulla collusione di una serie di Guardie Forestali” Francesco Oliverio - Ex capo della "locale" di Belvedere Spinello

È qui che entrano in gioco i fratelli Spadafora, che avrebbero offerto la loro collaborazione ai fini dell’aggiudicazione degli appalti per il taglio boschivo e per le forniture. Le condanne pronunciate nei loro confronti lo scorso febbraio vanno dai 20 anni e 8 mesi per Pasquale Spadafora fino ai 14 anni e 4 mesi di Rosario, passando per i 15 anni e 4 mesi inflitti a Luigi e i 14 anni e 6 mesi ad Antonio con l’accusa di “illecita concorrenza con minaccia e violenza”. La ditta compariva anche tra i finanziatori della campagna elettorale delle regionali del 2014 che porterà all’elezione dell’allora esponente Pd Mario Oliverio. Negli anni, anche grazie al supporto fornito da funzionari infedeli, erano riusciti ad ottenere finanziamenti pubblici nonché ad accaparrarsi sostanziosi contratti di fornitura con alcuni dei più importanti impianti della zona tra cui la Centrale a biomasse del Mercure, nel parco del Pollino. Un aspetto saltato subito all’occhio di quanti, già dagli anni precedenti, chiedevano la chiusura dell’impianto. Per sedare le polemiche, con una nota diffusa pochi giorni dopo l’operazione Stige, Enel (gestore della centrale) specificò, “una volta appresa la notizia” di aver “immediatamente provveduto a sospendere il contratto di fornitura fatto all’azienda coinvolta nell’inchiesta della Procura di Catanzaro” ricordando che “nei contratti di fornitura di biomassa è prevista la risoluzione espressa in caso di provvedimenti interdittivi a carico dei fornitori”. 

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