Erbil, Iraq. Le prime persone rientrate con i voli organizzati dal governo iracheno. Gailan Haji/Ansa
Erbil, Iraq. Le prime persone rientrate con i voli organizzati dal governo iracheno. Gailan Haji/Ansa

Dietro l'esodo iracheno in Bielorussia, la paura di un nuovo Afghanistan

Corruzione, instabilità economica e un futuro incerto su cui pesa quanto successo in agosto a Kabul ha spinto molti a comprare un biglietto per Minsk, sperando di raggiungere l'Europa. Intervista a Bilal Wahab, ricercatore del Washington Institute

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

21 febbraio 2022

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Hanno venduto casa e fatto debiti pur di comprare un biglietto per Minsk. La maggior parte arriva dall’Iraq e, in particolare, dall’entità federale autonoma del Kurdistan. Di "sfiducia nel futuro" parla Bilal Wahab, ex docente dell’American university in Iraq e ora ricercatore del Washington Institute, think tank statunitense. "Questa gente non parte perché è povera ma perché ha smesso di sperare. Non crede che l’attuale leadership abbia la capacità di far fronte alle sfide economiche e securitarie".

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Uno scoramento su cui pesa quanto successo in Afghanistan ad agosto, con la caduta di Kabul nelle mani dei talebani: "Quando sono state trasmesse le terribili immagini degli uomini aggrappati al carrello di un aereo caduti in volo, ho avuto un déjà vu – dice –. Mi ha ricordato di come, nel 2014, le forze militari irachene addestrate dagli Stati Uniti sono collassate e hanno perso tre province in favore dello Stato islamico. Durante un mio viaggio estivo in Iraq, molti mi hanno detto di essere preoccupati per quanto potrebbe succedere se l’America dovesse abbandonare il Paese. Tra la situazione irachena e quella afghana prima dell’estate, ci sono molte analogie. Ma anche importanti differenze".

Tutti i giovani sperano di essere impiegati nell’enorme apparato burocratico, che prosciuga il 75 per cento del budget governativo

Quali?
Guardando alle caratteristiche comuni, un governo diviso, corrotto e poco incline a contrastare le milizie sciite appoggiate dall’Iran che in questi anni hanno acquisito molto potere e oggi minacciano la stabilità dello Stato. L’Iraq, però, ha il petrolio e il suo destino è legato alla Siria: gli Stati Uniti non possono lasciarlo senza abbandonare anche quest’ultima. Inoltre, a colmare il vuoto potrebbe essere non un gruppo talebano, bensì l’Isis o l’Iran.

L’esodo ha riguardato soprattutto persone del Kurdistan. Perché?
La guida della regione è passata ai figli dei leader che hanno vinto le elezioni nel 1992. Una generazione che ha perso i contatti con il popolo e allo stesso tempo si sente più titolata a governare della precedente, perché ricca e supportata dai Peshmerga (le forze armate del Kurdistan iracheno,
ndr). In realtà, non è stata capace né di creare una stabilità economica né di garantire alla regione una sicurezza a lungo termine. Tutti i giovani sperano di essere impiegati nell’enorme apparato burocratico che prosciuga il 75 per cento del budget governativo. Un altro problema è legato al petrolio: la gran parte dei ricavi dello Stato viene da lì. A causa della contrazione dei prezzi, dal 2014 dipendenti pubblici, dottori e insegnanti non sono pagati in tempo né a salario pieno. 

L’Isis fa ancora paura? 
È
una sfida importante, ma ha perso il controllo del territorio: non può considerare sua alcuna città e si è trasformato da gruppo terrorista con una forte presa territoriale a gruppo di insurrezione. Oggi fa un’attività di guerriglia che viene contrastata da un’ampia coalizione internazionale. La sfida crescente sono le milizie, che hanno attaccato Erbil, e contro le quali non c’è alcun fronte comune.

Come mai?
La sfortunata natura delle relazioni internazionali. L’Isis è considerato una sfida globale, le milizie no.


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