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Dipendenze, non basta una pillola

Oggi il tossicodipendente è considerato un malato e trattato con approcci di tipo medico e farmacologico. Con i servizi al corto di risorse e diversi di regione in regione, a chi vuole smettere servono impegno, aiuto e una buona dose di fortuna

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

25 novembre 2022

Quando ho iniziato il mio percorso per uscire dalla dipendenza da eroina, avevo 25 anni. All’inizio i servizi mi costringevano a frequentare sedute collettive con signore che si imbottivano di psicofarmaci. Non passava minuto in cui non mi chiedessi: che ci faccio qui? Sono riuscito a smettere grazie a un medico che ha preso a cuore il mio caso». F. lavora come operatore alla pari in un servizio per dipendenze del centro Italia, da qualche tempo ha iniziato la terapia "a scalare": al posto dell’eroina prende un farmaco sostitutivo, la buprenorfina, in quantità sempre minori. "La cosa più difficile non è ridurre la dose. Si può arrivare con una certa facilità a uno zero virgola, ma il solo pensiero di eliminarla del tutto mi terrorizza".

"La cosa più difficile non è ridurre la dose. Si può arrivare con una certa facilità a uno zero virgola, ma il solo pensiero di eliminarla del tutto mi terrorizza".

Per lui disintossicarsi non significa "smettere di assumere la sostanza, ma interrompere un certo tipo di mentalità che ti mette in contatto con la sostanza". Oggi la risposta dello Stato alle tossicodipendenze è soprattutto di tipo farmacologico, ma il rischio è che si schiacci l’attenzione solo sulla sostanza, senza considerare la relazione e l'aiuto sul piano personale e sociale. F. sostiene che l’uscita dalla dipendenza somiglia più al desiderio di tornare a vivere che alla guarigione da una malattia. Anche se, mentre lo dice, stringe nella tasca del giubbotto la confezione del farmaco sostitutivo.

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